Ah bòn. Ancora Faq, dunque. 1) No, nessuno dei personaggi è reale. Cioé, sono tutti anche troppo reali, ma non è nessuno che conoscete; conosco gente che sputtana i cazzi di quelli che conosce, ma non è questo il caso. 2) Litigando col nerd dei nerd (che sarà pure nerd, ma vi caca in testa a tutti), ho scoperto che c'è gente che legge STATTI ATTENTO DA ME dicendo questo capitolo sì, questo no, quello così così. E' anche colpa mia, che pubblico a capitoli, mi rendo conto; però pure voi, che cazzo, va bene che non è IT, ma le cose si leggono come si deve, mica sono puntate di Sìessài. 3) Siamo a metà del tutto, quindi ricomincio a scrivere tra un paio di giorni che devo da penza', che la scaletta orginale mi sta cambiando in mano. 4) No, ancora niente commenti, se volete mi scrivete a amloatkatamail.com, che io rispondo. 5) N.p.l.f. significa Nota Per Le Femmine.
N.p.l.f.: lo so, lo so, ma la colpa se non capite non è mia. Chiamate il fidanzato e fatevi spiegare.
1. Giacomino Delli Colli non era uno fesso; era vero, aveva le corna, ma alla moglie le metteva pure. Era vero, le figlie lo schifavano, ma lui di rimando le schifava e le ignorava. Fosse stato uno abituato a dire la verità, avrebbe ammesso che procreare era stato un errore, forse lunico vero errore della sua vita. [...]Il matrimonio, beh quello ci poteva pure stare: Concita era ricca, e questo era un bene. Oddio, allinizio, quando anche lui aveva cominciato guadagnare bene, un po cera stato male, pensando a quello che si stava perdendo, fosse stato scapolo. Poi, con gli anni, era subentrata una sorta di consapevolezza che lo portava ad ammettere il non detto che lui non era uno capace di stare da solo. Anzi, era uno di quelli che da solo sarebbe prima sfiorito e poi morto. SI era perciò abituato alla sua vita famigliare con una rassegnazione che, col passare degli anni, era diventata, come dire, una dolce strafottenza. Sul lavoro, invece, ogni tanto era uno che, oltre ai babbà e agli imbrogli, sapeva anche vedere lontano, e aveva capito che se non vai in televisione non sei nessuno. Certo, la sua massima aspirazione sarebbe stata diventare opinionista in qualche talk show nazionale, ma si rendeva conto che quel tipo di visibilità, quel particolare genere di popolarità, se andava benissimo per zoccole travestite da subrettine e attori ciucci, in certi casi poteva anche essere controproducente. Molto meglio, nel suo caso, una bella televisione cittadina a diffusione regionale; prima di tutto, pensava, è essenziale presidiare il territorio, farsi vedere, esserci. Era vero che per approdare alla camera o al senato ci voleva per forza un partito che ti ci mandasse a calci in culo, però, ragionava Delli Colli, prima bisognava diventare una star locale. Anni di califfati democristiani, socialisti e comunisti avevano insegnato che la gente era davvero impressionabile. Quando era piccolo e vedeva i manifesti elettorali, si chiedeva, ma davvero al gente vota qualcuno solo perché ha una bella faccia e sorride dai manifesti? Allora, il Giacomino tredicenne, pensava che fosse una gran stronzata: poi, col passare degli anni, dei consigli comunali, provinciali, regionali e dei governi, aveva capito che, soprattutto in città, se recitavi un certo ruolo finivi per diventare quello che impersonavi: e, cosa molto più importante, la gente credeva davvero che tu fossi quello che fingevi essere. Non tutta la gente, certo, ma abbastanza. Pensava, per esempio, al dottor Vegni, limplacabile magistrato antimafia, la sua gola profonda personale, e aveva come lidea che recitasse, che non fosse il tipo cazzuto che voleva far credere. Eppure erano bastati due o tre articoli scritti come si deve, qualche editoriale piazzato al momento giusto, e un ciccione rosso di capelli e di faccia era diventato una specie di incrocio tra Falcone, Borsellino e il prefetto Mori. Era per questo motivo che aveva contattato il giovane Gianni Stellato, direttore del telegiornale di Tuttotivvù. Conosceva bene Stellato (Giannino, lo chiamava), per avergli fatto da balia al giornale: lo aveva tenuto sotto la sua ala protettiva, lo aveva, come si dice, fatto ommo, nel senso giornalistico del termine, si capisce. Ora, il Delli Colli non era uno che tenesse qualcuno sotto lala, se non per strangolarlo e godersi lo spettacolo di una morte lenta e dolorosa, ma il giovane Stellato aveva fatto da subito eccezione. Il suo arrivo era stato preceduto da una telefonata dello zio, il senatore Stellato, uomo di preclare virtù, principe del foro e noto puttaniere. Quando era arrivata la telefonata Giacomino e il dottor Canzella stavano decidendo il titolo dellindomani (al giornale niente riunioni di redazione, perché, come diceva Canzella, se volete una democrazia andate nellantica Grecia a fare i filosofi), e, quando avevano capito chi era al vivavoce della linea riservata, erano entrambi scattati, involontariamente, sullattenti. Il fatto era che la raccomandazione del senatore era nientepopodimeno che per il figlio del suo ancora più potente fratello, lingegner Libero. Era difficile capire (erano passati troppi anni, e troppi magistrati avevano passato i guai loro nellinfruttuoso tentativo di scoprirlo) se la potenza politica del senatore derivasse dallenorme capacità imprenditoriale dellingegnere o viceversa. Fatto sta che, in città, i quartieri residenziali erano tutti frutto dellesperienza edile della ditta Stellato, e su ogni portone dingresso di ogni condominio di lusso con tennis e piscina cera il caratteristico logo dellimpresa Stellato, vale a dire una corona tempestata di stelle (la stessa corona che, con supremo sforzo meningeo, ornava la O del cognome sui manifesti elettorali del senatore). E poi cerano gli hotel in costiera, gli stabilimenti, un ippodromo, due sale bingo, due multisala in provincia e, si vociferava, un intero centro commerciale nascosto dietro varie teste di legno. Da qualunque parte guardassi quel cognome, due cose vedevi: soldi e potere. Tanto bastò perché la richiesta del senatore di accogliere il rampollo, il giovane Gianni, nellaffettuosa famiglia (così, letteralmente, si espresse il rappresentante del popolo al telefono) del giornale venisse accolta da Canzella e Delli Colli con gioia e infinita riconoscenza (parole testuali del direttore, che non si rese conto delloggettiva imbecillità di essere infinitamente riconoscenti a uno che ha il solo merito di averti chiesto un favore). Caso unico nella storia del giornale, larrivo del delfino della dinastia cittadina venne festeggiato con un party di benvenuto, con rinfresco organizzato per loccasione dalla Taverna Don Giovanni a base di formaggi e salumi. Il dottor Canzella tenne un breve discorso su come i frutti non cadano mai lontano dallalbero, sulla linfa che scende dalle vecchie querce e sulla solidità della famiglia e i valori della tradizione uniti a quelli più plastici propri allintrapresa moderna. Il giovane Gianni venne presentato a tutte le maestranze e si mostrò subito per quello che era: un giovane, colto, educato e raffinato pezzo di merda. Naturalmente, in redazione, tutti fecero subito a gara nel disprezzarlo. Chi lo chiamava muccusiello, chi cocco di mamma, chi lapoelkànn, mentre in realtà erano tutti, maschi e femmine, insieme invidiosi e innamorati di lui e dei suoi soldi e delle sue entrature. Il giovane Stellato però, anche se era oggettivamente uno stronzo, non solo non lo era più della maggior parte dei suoi colleghi, ma era anche decisamente più colto e intelligente di loro. Più che dal padre, il capomastro promosso improvvisamente ingegnere, sembrava la copia esatta dello zio da giovane. In tempi più cretino qualche idiota avrebbe potuto definirlo un affabulatore, mentre in realtà lui era solo naturalmente destinato alla carriera. Mentre gente come Giacomino e il dottor Canzella avevano, o avevano avuto in passato, bisogno di tuffare le manine nella merda, Gianni Stellato, semplicemente, ordinava a qualcuno di farlo per lui. Era una specie di Santino Corleone: capacissimo di uccidere la gente con le sue mani, ma che spesso demandava questo compito a Tessio, Clemenza o Luca Brasi. Arrivava in redazione con vestiti dal taglio impeccabile, e faceva sembrare lazzimato direttore una specie di straccione vestito di iuta. Non scriveva mai insieme agli altri, né scriveva mai quello che gli dicevano gli altri. Arrivava con un floppy (allora le pendrive si chiamavano così), si chiudeva nella stanza di Giacomino e dopo dieci minuti il suo pezzo era in una posizione di rigore. Si trattava per lo più di pezzi politici, incomprensibili alle masse, che in genere cominciavano con un attacco feroce a qualche uomo politico locale, poi si trasformavano in sole tre righe in unagiografia entusiasta dello stesso politico. Naturalmente, non erano altro che avvertimenti e messaggi in codice che suo zio e suo padre mandavano al potentame locale, ma lassoluta incomprensibilità dei testi valse subito al giovane rampollo la fama di brillante intellettuale. In alcuni casi gli valse perfino il nomignolo di Sofri del sud, per linfinita varietà degli argomenti che trattava quando non doveva minacciare o avvisare nessuno. Il suo apprendistato durò esattamente un anno, allo scoccare del quale entrò in Rai. Dopo sei mesi di azienda pubblica, però, senza ragioni apparenti, Gianni Stellato lasciò il suo incarico nella sede regionale. La cosa fece venire le palpitazioni a tutti i giornalisti della città: era forse stato licenziato? Gli Stellato erano per caso in disgrazia? E se erano in disgrazia, come si poteva fare a negare di essere stati loro amici? Qualera, allora, il culo giusto da leccare? E soprattutto, se perfino Gianni Stellato poteva venire cacciato dalla Rai, che speranza avrebbero potuto mai avere tutti loro? Il rebus si risolse una mattina di aprile, quando fu data la notizia che lingegner Libero Stellato aveva rilevato la piccola emittente locale CittàTv, e entro due mesi le avrebbe dato un nome più giovane e dinamico, una sede più grande, più giovane dinamica, dei mezzi tecnici più giovani e dinamici e un direttore, indovinate un po, più giovane e dinamico. Tempo due mesi esatti e CittàTv era diventata Tuttotivvù, si era trasferita nella nuova sede (con due teatri di posa ) al Parco Stellato e aveva assunto come direttore il giovane Gianni Stellato, definito dai comunicati stampa lEnzo Biagi del Sud. Fu un boom incredibile. Per anni, le emittenti cittadine si erano arrabattate con mezzi scadenti, telecamere scassate e perfino cassette usate (con lo stesso effetto tragedia di neve del videoregistratore di casa quando registravi Casablanca sulla cassetta che prima aveva visti i Mondiali di sci, due episodi de La signora in giallo, un film con Dustin Hoffmann e un documentario su Tarquinia necropoli etrusca), invece a Tuttotivvù i soldi sembravano piovere dal cielo. La redazione del Tiggì, intanto, chiamato dinamicamente Tuttotiggì, sembrava essere composta interamente da donne giovani e arrapanti che cambiavano posizione mentre davano le notizie come faceva Lilli Gruber, e questo, per i colleghi delle altre tivvù locali, significava una sola cosa: che avevano due telecamere per fare il telegiornale, mentre loro sembravano, con le loro camere fisse, degli speaker del governo albanese, solo vestiti molto peggio e più pallidi. Tuttotivvù lanciò programmi per bambini, per anziani e perfino uno di cucina, condotto dalla sorella di Gianni, la dinamica Aba, che non a caso portava il nome di una delle donne più amate in tv dallingegner Libero. Ma il vero colpo di genio di Gianni Stellato fu la trasmissione di approfondimento. Tutti, in città, dicevano di guardare Vespa, Biagi, Santoro o Floris, ma in realtà si annoiavano. E Stellato sapeva perché: perché in città, se volevi fare ascolti, dovevi parlare della città. E basta. In città nessuno voleva sentire unaltra volta Sgarbi: volevano semplicemente che qualcuno di loro, che conoscevano, col quale erano andati a scuola, che incontravano in banca o la bar a prendere il caffé, recitasse la parte di Sgarbi, o di Alba Parietti, o del professor Zecchi. Tutta la città era invasa dai cloni. Cera il direttore del locale teatro dialettale che si credeva Gassmann: due o tre pittori che litigavano tra di loro chiamandosi figurativo e astrattista come se fossero insulti da lavare col sangue. Lorganizzatore di una mostra cinematografica che segretamente aspirava alla direzione di Venezia, se proprio Cannes non si poteva avere. E su tutti, svettava coem unaquila limplacabile professor Castri, che veniva interpellato praticamente da chiunque su ogni argomento dello scibile umano, e che per ogni cosa aveva una risposta, che concludeva con la richiesta di maggiori fondi per lUniversità. Lidea del giovane Stellato, quella di clonare Porta a Porta, in realtà era già venuta a molti, ma era fallita per due semplici motivi: il primo, la mancanza di soldi per i mezzi tecnici, per cui ogni ospite di trasmissioni che avevano tentato prima il pezzetto doveva tenere in mano il suo gelato (il microfono, come si dice simpaticamente nel gergo della tv) e la cronica mancanza di telecamere. Il secondo motivo era la mancanza di soldi per il gettone di presenza per gli ospiti e gli opinionisti. Quando Stellato si inventò uno studio decente e cominciò a dare un gettone di trecento euro agli opinionisti, la gente che avrebbe ucciso per essere presente, adesso avrebbe ucciso la mamma, i figli in fasce e qualche passante con un coltello da sub. Il programma si chiamava, molto dinamicamente, Cantiamole chiare, e fu da subito un successo. Il giornale di Giacomino pubblicava settimanalmente il resoconto della puntata, e dai commenti che riceveva, Delli Colli aveva capito che la strada per entrare nel cuore e poi nel culo dei suoi concittadini passava per Cantiamole chiare. Compose il numero di telefono, segretissimo, di Gianni Stellato, e sorrise.
2. Gioggiò era, fondamentalmente, un cacasotto, perciò quando venne avvicinato dal tipo, al bar del Fritz, fece quello che, in genere, un cacasotto fa in questi casi: si cacò sotto. Il problema, coi delinquenti, è che sono delinquenti e basta. Con loro non cè mediazione; certo, Gioggiò ne conosceva parecchi, come no. Da loro comprava la bamba, con loro si beveva una cosa al bar ogni tanto, però capì subito che, quando si trattava di lavoro, latmosfera rilassata da comparatore e venditore si trasformava in qualcosa di diverso, più greve. La consapevolezza di essere in un posto sicuro, e con Michelone che gli guardava le spalle a pochi metri di distanza non lo calmò affatto, anzi. Tu Gioggiò?, gli disse una voce chiaramente non italiana, e questo, chissà perché, lo inquietò ulteriormente. Dipende, provò a fare il furbo lui. Tu Gioggiò? Io non ho tempo da perdere, rispondi: tu Gioggiò o no? Sì, sono io, si arrese. Il tipo che aveva di fronte sembrava uscito da un video degli A-ha: mancava solo che si mettesse a cantare take on me in falsetto e si trasformasse in un cartone disegnato male. Stava per rilassarsi, pensando che in fondo uno conciato così non poteva essere che un morto di fame (e quindi, tutto sommato) poco pericoloso, quando notò la cicatrice che gli attraversava la gola, con un enorme cheloide rosso fuoco. E allora perché dici che tu non sei Gioggiò, ah? Tu hai tempo da perdere tu, ah? Scusa, non avevo capito. Sai, la musica.., disse, e provò ad alzare leggermente il tono di voce. Non urlare. Perché urli? Si sente bene qua. Scusa Senti: mi hanno detto che tu vuoi fare un affare, ah? E mi hanno detto che tu non hai soldi, ah? Sì, cioè, no, cioè sì Tu non hai soldi, ah? Io lo so, ah? Tu non mi fare perdere tempo ah? Scusa, volevo dire che adesso non li ho, ma io poi pago, giuro che pago, e tanto poi garantisce Michelone No no. Michelone ti presenta, giusto? Poi tu paghi, ah? Capito? Se tu non paghi, poi tu paghi lo stesso, capisci? E poi paga Michelone, ah? Capisci come funziona? Sì, cioè Adesso ti spiego: tu prendi, tu paghi, ah? Tu paghi, chiaro? E se non paghi, non paga Michelone, paghi tu? Capito? La cosa rischiava di andare per le lunghe, ma alla fine Gioggiò capì quello che voleva dire lo straniero: lui prendeva un impegno, e lui doveva mantenerlo. Non avrebbe potuto scappare e lasciare Micheloen nei guai, perché Michelone sarebbe stato già abbastanza nei guai per aver presentato un pessimo cliente. Avrebbero pagato tutti e due, in un modo o nellaltro. E per quanto sapesse, per esperienza, che un camorrista preferisce sempre prendere i soldi piuttosto che sparare a qualcuno per punirlo, lidea di entare in affari con questo residuato extracomunitario lo atterrì. Il problema, però, era che lui, in un modo o nellaltro, era già in affari con i suoi vecchi amici su in città, e quelli sicuramente avevano già capito che lui si era dato; sapeva di non essere ancora al punto di temere che qualcuno lo stesse cercando per sparargli nelle rotule , ma ogni giorno che passava questa prospettiva diventava più reale, e la cosa lo agghiacciava. Ho capito, vabbene, ho capito. Lo vedi che quando vuoi tu capisci bene, ah?, gli rispose quello che ormai Gioggiò aveva stabilito essere un albanese, beviamo una cosa insieme e poi parliamo Alzò il braccio, e il barman, che prima Gioggiò aveva dovuto quasi colpire con una nocciolina per richiamarne lattenzione dopo numerosi tentativi, si materializzò con due bicchieri. Alla salute, Gioggiò Alla saluteeeeeh scusa, come ti chiami? Io mi chiamo Alberto, ah? Tu mi chiami Alberto, ah? Alberto? Haha, capito. Il mio nome è Zlatan, ma in Italia tutti mi chiamano Alberto, ah? Capito Bevi. Bevi, capito? Gioggiò bevve, convinto che quella che aveva nel bicchiere fosse rum e coca, e invece si sentì subito la gola bruciare come se avesse ingoiato un sorso di metallo fuso. Cercò di sputare, ma lespressione sulla faccia di Zlatan-Alberto gli fece capire che era meglio mandar giù e stare zitto. Lalbanese lo stava fissando con unaria di minaccia che non gli piaceva per niente, e lui si accorse che stava cominciando, lentamente ma inesorabilmente, a sudare,e quando lui cominciava a sudare per il nervosismo poi era difficile che si fermasse prima di ridursi a una mappina. Buono, ah? Mmshfsì, buonoooh, ansimò. Buono, allora, adesso parliamo di affari, ah? Io so tutto. Prima cosa, niente bamba. Niente movimenti di bamba, no qui, e anche no in città, capito? Come? Non cè bamba?, tentò Gioggiò. Michelone ti ha detto, ah? Io lo so che Michelone ti ha già detto. Niente bamba. Se tu vuoi, io ti faccio avere le pasticche, ah? Buonissime, tante. Però Però? Però tu non puoi chiedere, se non paghi prima. Cioè? Cioè noi decidiamo, tu prendi e poi paghi, ah? Noi decidiamo quando e noi decidiamo che cosa. Capito? Capito. Tu hai già chi compra? Tu sai se è una persona sicura, ah? Mmmmmh, dipende, cercò di barare Gioggiò, ma Zlatan si mise immediatamente a ridere, guardandolo come un deficiente. HAHHHA bravo bravo. Tu hai paura che io ti frego il cliente, ah? Tu non sai che io ho già il cliente? TU sei il cliente! Tu paghi me, Gioggiò, giusto, quindi sei tu il cliente, ah? HAHAHHA Ah, io. Lalbanese smise di ridere e lo guardò dritto negli occhi: Tu guardami, ah? Ti guardo? Sì, tu guardami. Guardi? Eh, sto guardando.. A Gioggiò sembrava di avere uno scopillo da cesso in gola. La vedi la cicatrice, ah? Quale cicatrice?, provò a barare. Sei gentile, ma guardi, ah, e vedi la cicatricce su la mia gola. La vedi bene, ah?, e si indicò lenorme rigonfiamento rosso, simile a una sanguisuga abboffata. Ah, quella? Sì, la vedo, mi pare Tu lo sai come mi sono fatto la cicatrice? No, che ne so?, rispose Gioggiò, con il tono, del tutto superfluo, di chi non centra niente. Al mio paese, un giorno. Io ero al lavoro. Torno a casa e scopro che i serbi avevano preso la mia famiglia: mia moglie, mio figlio. Uccisi, morti, ma prima violentati, ah? Ah. Gioggiò non sapeva bene come sarebbe andata a finire la storia, ma aveva già capito che la morale non gli sarebbe piaciuta affatto. Tu non sai cosa fanno i serbi. A loro ci piace uccidere, ah? Senza motivo, loro vengono e prendono e uccidono. E allora quando torno e trovo loro in cucina che bevono il mio vino e mangiano il mio prosciutto e la mia famiglia morta, io cerco di prendere il fucile e uccidere i serbi, ah? Ma loro prendono e tagliano la gola, ah? A me, la gola. Capisci? Hahisco, sì Però io non muoio, anche se loro sono convinti. Loro vanno via e io non muoio. Passa un uomo e mi porta in ospedale. Mi curano e io non muoio, ah? Io frego i serbi, capito? Mamma mia Così io sto due giorni in ospedale poi scappo. Prendo i vestiti di quello vicino al letto e vado a casa e prendo anche il mio fucile, ah? Ah Ah. E io vado e li cerco. Giro due giorni, poi li trovo, capito? Li trovo. Sparo a uno e lo colpisco nella testa, e la testa fa PAM! E scoppia come uno melone, ah? Con tutti i pezzetti del cervello che volano come i coriandoli. Allora laltro prende la pistola e spara e mi colpisce il braccio, e allora io sparo però lo manco. E lui? E lui mi spara ancora, ma lui è ubriaco, capisci? E viene verso di me e inciampa e cade a terra. Così io gli sparo nelle palle e mi siedo vicino a lui e lo guardo che muore. Tu lo sai come urla uno che gli hai sparato nelle palle, ah, lo sai? LO SAI? No, non lo so, rispose Gioggiò con un filo di voce. Io invece lo so. Tu non ti scordare mai, ah? Io lo so e tu no. Capisci? Gioggiò sentì il sangue scivolargli via dalle vene: Capisco Bene. Io sono contento che tu hai capito. Dammi la mano Gioggiò gli tese la mano e Zlatan-Alberto la strinse tra le sue, scuotendole e facendogli locchiolino. Noi ti telefoniamo e tu vieni, capito? Laffare si fa. Capisci? Noi telefoniamo, tu vieni. E adesso io vado Lo guardò dritto negli occhi: E divertiti alla mia salute, alla salute di Zlatan, ah? Occhei? Mentre lo guardava sparire nella folla (gli parve in realtà che più che una folla fosse una rissa, ma era troppo sconvolto per mettere a fuoco la realtà), Gioggiò sentì che aveva qualcosa in mano, e in una frazione di secondo capì che era bamba, e che ce laveva messa Zlatan-Alberto. Cazzo se ne aveva bisogno. Bevve un altro sorso dal bicchiere,e questa volta non gli sembrò più così terribile, e poi le mucose, già secche per il terrore che gli aveva instillato il raccontino edificante, si erano ulteriormente infeltrite quando avevano capito che le aspettava una bella innaffiata di cocaina. Anche generosa, gli sembrava, da quello che riusciva a sentire nel palmo della mano. Stava per andare al cesso a rifocillarsi quando lo raggiunse Michelone. Era tutto sudato e rosso in faccia. Tutto a posto Gioggiò? Io sì, e tu? Che hai fatto? E successo qualcosa? Ma no, niente, i napulilli hanno sparato a certa gente. Fesseria, un te ne incarica. Hai palato co o polacco? Che hanno fatto? Hanno sparato? Qua? Che è stato?, urlò Gioggiò, che rischiava seriamente il colpo apoplettico. Ti ho detto non te ne incaricare, hai capito Gioggiò? Non te ne incaricare, è tutto a posto. Stamm a sentere, hai parlato col polacco o no? Si, sì, ttappost, ho parlato. Mi chiamano loro. Buono, iamm. Meno male. Mamma mia, Michelo, che storia che mi ha raccontato Alberto, poi ti racconto, mè fatt caca sotto Ommaronna, tha fatto o fatto dei serbi?, disse Michelone, sorridendo chissà perché. Eh. E poi non è polacco, Michelo, quello mi sa che è croato. Seee, mo è croato. Chilo è polacco: sta qua da sei anni, che è venuto una volta a vedere il papa a Roma e non se è andato più. Come, è polacco? Eh. E polacco e pallista. Ci piace a raccontare e ppalle alla gente, che bbuo fa Ma come, e la cicatrice, scusa? Eh, quella glielha fatta la Palomma Chi?, disse Gioggiò che non sapeva più che pensare e si teneva saldamente aggrappato a quello che teneva stretto nel pugno. La Palomma era una fidanzata sua che lui gli faceva il ricottaro, solo che si ubriacavano sempre e si appiccicavano e iss a vatteva, la pigliava a calci nella pancia, e allora lei una notte, prima di andare a fare la zoccola sulla litoranea mentre dormiva ha preso e gli ha tagliato la gola, bello e buono., rispose Michelone, per una volta tanto felice di poter fare la faccia di quello che la sapeva lunga. E lui che ha fatto, scusa? E che doveva fare? Si è fatto curare, e poi lha scommata di sangue. Madonna, ancora zoppica la Palomma. Ma allora Michelo, questa è una banda di polacchi? Qua? Michelone gli afferrò il braccio, lo tirò a sé e gli parlò nellorecchio: Ma quali polacchi e polacchi. Chesta è brutta ggente. Mandano avanti il polacco così tu solo a lui conosci, hai capito? Chesta è brutta ggente. Ah Eh. Il regalino te lha fatto? Tuttappost? Eh? Ah, come no, sta qua in mano. E andiamolo a assaggiare, iamm. Aspe che prendo due bottiglie dal bar e abbiamo fatto. Mentre salivano in macchina, Gioggiò disse: Ma allora quello mi ha abboffato di palle? Mamma mia. E tu che ne potevi sapere scusa? Mica lo sai a lui, ti poteva raccontare quello che voleva, disse Michelone, e partì sgommando. Era una bella notte, tutto sommato, e Gioggiò cominciava quasi a rilassarsi. Per la prima volta aprì il pugno e guardò. Dal volume sembrava un bel mallopetto, avrebbe giurato almeno tre grammi o qualche cosa di più. Adesso a casa di Michelone, pensò, un po di musica, qualche cosa da bere bella fresca e finalmente si poteva acquietare un po. Mamma mia che serata, chi glie lo doveva dire a lui che si metteva a fare il james bond. Eh, lo so Michelone, ma se pensi che quello parlava e io mi cacavo sotto, e invece era solo un guappo di cartone Michelone inchiodò di colpo, mandando quasi Gioggiò a rompersi la faccia sul cruscotto. Gioggiò Che cazzo fai? Mannaggia la capa tua mo mi scassavo la faccia, o strunz ca sì! Gioggiò, stammi a sentire Eh, iamm ti sento, che scassacazz ca sì Gioggio, ti ho detto stammi a sentire Mamma del carmine Michelo, moandiamo a casa e parlamm, iamm bell! Guarda che è vero che quello è polacco Eh. E allora E vero pure che è pallista Abbiamo capito. E allora E allora se non cacci i soldi quando lui ti dice che devi cacciare i soldi quello, pallista e buono, ti spara veramente nelle palle. Ti spara nelle palle. Gioggiò annuì, e improvvisamente non gli sembrò più che la serata fosse poi andata così bene.
3. Se Totonno stava lottando contro se stesso per la sua relazione con Anna, Marco era ancora più nei casini per Opale. Si era innamorato? Non si era innamorato? Tutto sommato, che cazzo ne sapeva lui? Quello che gli era chiaro era che non riusciva a togliersela dalla testa. Continuavano ad arrivargli messaggini demenziali, che ormai lui neanche leggeva più. Metteva il pilota automatico al cervello, strizzava gli occhi in modo da non vederci nitidamente e guardava lo schermo del cellulare: il quadro sfocato che gli appariva gli diceva chiaramente se si trattava di una frase sensata oppure di uno di quegli acrostici demenziali che Opale tanto amava. Oddio, rifletteva Marco, mica solo Opale, eh. Anzi, almeno lei aveva sedici anni, era giustificata. Il fatto è che tutte le femmine con le quali Marco si era relazionato negli ultimi anni erano rincoglionite, loro e gli sms, anche dai trentanni in su. Lunica differenza tra quelli di Opale e quelli di donne col doppio della sua età era lassoluta casualità, il loro non aver nessun bisogno di un motivo scatenante. Una volta laveva chiesto pure, a Opale: Scusa, ma perché mi mandi questi sms che non significano niente? Lei aveva scrollato le spalle in segno di totale indiffererenza verso la domanda e colui che la faceva, poi ci aveva ripensato e aveva risposto: E chi te lha detto che non significano niente, scusa? Sì vabbé, tutti sti tvb, 3msc e frbt, tutta robba che pare un codice fiscale e poi alla fine stringi stringi non significa niente Uaaaa, a parte che la battuta del codice fiscale non la fa più manco mio padre che un altro poco è più giovane di te, comunque tu non capisci proprio un cazzo guarda, senti a me. No scusa Opale, tu vuoi dire che se mi scrivi TVB vuol dire che mi vuoi bene? Opale fece la faccia con locchio bovino che le veniva benissimo e a Marco venne la pelle doca: non riusciva a capire come facesse quella faccia a passare da unespressione uguale a quella che dovevano avere gli angeli a quella di De Mita. Che centra, scusa? Se lo scrivo vuol dire che in quel momento lo penso, scusa! AAAAHH! In quel momento! Solo in quel momento! Maroo, e quando lo devo pensare scusa? Quando dormo? Uaaa come sei pesante mamma miaa! Opale guarda, se dici a uno che gli vuoi bene vuol dire che gli vuoi bene sempre, mica solo in quel momento là! Seeee, mo ti voglio bene per sempre! Ma che ne so io? Ma io non ho detto per sempre! Volevo dire che non è che a uno gli puoi volere bene a intermittenza, come le lucette dellalbero di Natale Maro e come sei pesante! Così si concludevano tutte le loro discussioni, con lei che gli diceva che era pesante o, in alternativa, con lei che diceva che era vecchio. Perché sesso, niente, petting neanche, ma quanto a discussioni sembravano una coppia di vecchi fidanzati. Marco, in realtà, ogni volta si giurava che non ci sarebbe ricascato, che era veramente da fessi farsi incastrare in litigi inutili, eppure ogni volta si ritrovava sempre lì a precisare, a puntualizzare, a discutere di questione che, lo ammetteva, erano pura e semplice lana caprina, eppure ogni santa volta la cosa ricominciava uguale, non cera verso. Certo, rifletteva, era frustrante vedersela arrivare in casa alle ore più impensate; sembrava avesse una specie di imbarazzant-detector. Ogni volta che si sedeva sulla tazza del cesso per farsi una cacata tranquilla, lei citofonava, e lui doveva correre ad aprirle la porta con le viscere belle piene piene e la panza abboffata come quella di una femmina incinta allottavo mese. Se appena si stendeva sul divano per farsi un quarto dora di sonno, dopo dieci minuti, ciiiciiii ciiiciiii , lei bussava alla porta giusto in tempo perché gli vedesse la faccia stropicciata come la borsa di una cornamusa. A dire la verità, lei sembrava neanche notarle, le sue pessime condizioni. Diceva appena uè, poi si fiondava sul divano a guardare i video, o accendeva il pc e gli incasinava tutto sul desktop, oppure andava in cucina. Ecco, questa era unaltra cosa stranissima di Opale. Non la vedeva mangiare per giorni: la portava in giro nei migliori ristoranti o da Mcdonald, lei ordinava lira di dio e poi non mangiava quasi niente. Se ne stava lì, con le portate che le si accumulavano davanti una dopo laltra, in silenzio, a spiare la gente seduta ai tavoli vicini. Una volta, in un ristorante di pesce della costiera gestito da un amico di Marco, aveva fatto un mezzo casino pretendendo dei datteri di mare, proibitissimi. Siccome era mezzogiorno di domenica, il maitre le aveva spiegato con la massima gentilezza che non era il caso, altrimenti anche gli altri avventori avrebbero chiesto lo stesso piatto e lui non avrebbe potuto servirglielo: magari, se si fosse accomodata in cucina, al tavolo del padrone, un piattino di datteri era possibile farglielo avere. Apriti cielo. Opale se lera presa subito con Marco, che che cosa la aveva portata a fare in quel posto di cafoni, che una volta che ordinava qualcosa non si poteva avere, e che era meglio che lo trasformassero in un Burger King (come Marco scoprì più tardi, quella per Opale era unoffesa mortale, ritenendo lei e le sue amiche il Burger King lapoteosi dellocess). Andò a finire che Marco, mortificatissimo, ordinò praticamente ogni piatto presente sul menù per fare in modo che il piattino di datteri di mare, confondendosi in unorgia di portate, passasse inosservato. Naturalmente, quanto fu portato in tavola il piatto proibito, Opale, già nervosa di suo per laffronto, li guardò appena e con la faccia schifata disse: Maro, e che è sta schifezza? Come che è? So i datteri, ue Opale! Sono te ore che dici che vuoi i datteri, eccoti i datteri Ma che stai dicendo, questi mica sono i datteri! Ma che schifo, maro senti che puzza! Ma come, ti giuro Maro che schifezza! Andò a finire che non erano i datteri che voleva, ma le cozze, che ovviamente erano lunico piatto assente dal menù di quella domenica: sai, quelle che si trovano in questi giorni sono quelle dallevamento, non sanno di niente e perciò preferiamo proprio non servirle, gli aveva spiegato complice il maitre. Erano seguiti venti minuti in cui Marco, incazzato come una bestia, le aveva chiesto almeno cento volte come era possibile che avesse confuso i datteri con le cozze, e cento volte che Opale gli aveva risposto che era pesante e vecchio; poi ancora una lite perché lei gli aveva chiesto di ordinare del Sassicaia, e appena laveva assaggiato aveva detto che era amaro e si era fatta portare una bottiglia magnum di coca cola (che, per inciso, neanche aveva toccato). Marco si era bevuto tutto il Sassicaia, aveva mangiato i datteri, aveva pagato il conto e laveva riaccompagnata in città: durante le due ore che era durata la cosa, lei aveva passato il tempo china sul cellulare a manda re sms a chissà chi, commentando con uaaa toppa bello!, oppure con ocess le prodezze linguistiche dei suoi corrispondenti. Da quel giorno Marco girava con un flacone di Gaviscon a portata di mano e quando era con lei o, più semplicemente, la pensava, aveva bisogno di servirsene ogni dieci minuti. Eppure, ogni volta che Opale si presentava a casa sua e si chiudeva in cucina, gli spariva qualcosa. Pacchi interi di merendine, un mezzo caciocavallo podolico, una salsiccia forte, quattro o cinque tavolette di cioccolata; allinizio restò frastornato, poi capì che era Opale che si faceva fuori tutto appena nessuno la vedeva. Si sentì subito coinvolto: povera creatura, pensò. Sarà bulimia, o anoressica, o tutteddue le cose. Pensò di parlarle, poi decise che non aveva gli strumenti giusti per farlo, così si attaccò a Google e Wikipedia. Scoprì che la bulimia è frequente negli adolescenti e nei giovani adulti, cheso è causata da alterazioni dellumore o dallansia, e scoprì che esistevano dei video porno dove la gente prima si abbuffava e poi si vomitava e si cacava in faccia reciprocamente. Questultima cosa gli fece crollare la fiducia nelle informazioni raccolte in rete, per cui si procurò il numero di una psicologa da Fofò il ricchione. Prese un appuntamento e andò a parlarci, ma finì per raccontarle tutti i cazzi suoi, la storia con Opale e tutte le frustrazioni che questa cosa gli comportava; decise che parlare gli faceva bene e finì col prendere un secondo appuntamento, poi un terzo e un quarto. Alla quinta seduta si accorse che la gonna della dottoressa Licciati si era notevolmente accorciata, e che le domande della psicologa avevano virato decisamente sul pecoreccio. Dopo dieci minuti lei gli cominciò ad accarezzare i capelli: poi la vide masturbarsi e tirare fuori la lingua come in un film porno e si disse: perché no, in fondo era pieno come uno stallone e poi non è che quello tra lui e Opale poteva definirsi un fidanzamento vero e proprio. Saltò addosso alla dottoressa e si diede da fare per una decina di minuti, salvo accorgersi che non riusciva a farselo venire duro. La dottoressa Licciati gli soffiò nellorecchio: Lascia fare a me, porcone, e alzatasi dal divano, cominciò a improvvisargli un balletto sexy. La cosa sembrò funzionare, allinizio, poi lei commise lerrore di leccarsi il dito indice e ficcarselo nel sedere. Era una cosa che aveva sempre fatto ridere Marco, che quando lo vedeva nei film porno capiva che la pugnetta era bella che andata, era meglio vedersi un bel Bruce Willis in grazia di dio e scordarsi la sega. Non lo aveva mai capito, il perché, ma la cosa gli scatenava unincontenibile ilarità. Pensò di chiederlo alla dottoressa, ma si era dimenticato che se stai provando a eccitare un uomo e te ne stai lì, con le ginocchia piegate, il perizoma a mezzo polpaccio e un dito nel culo cercando di fare la faccia arrapante, notare che luomo che stai cercando di far intostare non solo non intosta, ma ti ride pure in faccia, beh, diciamocelo: non è una cosa carina. E infatti la dottoressa Licciati (fidanzata da sei anni con un anestesista) si incazzò un bel po. Prima gli disse: Ma che cazzo tieni da ridere, ue strunz?, poi si rimise a posto il perizoma e gli lanciò in faccia una delle scarpe, che prese Marco alla tempia. Lui si alzò e al chiamò stronza, e allora lei si incazzò davvero e cominciò a dire che la voleva sapere la verità? Che quello di Opale era solo un transfert, che la sua adolescenza era solo una scusa per coprire la sua androginia, e che a Marco, in realtà, piaceva il pesce, e per forza che poi non intostava quando si trovava di fronet a una femmina vera, a una femmina con le palle, a una femmina che aveva studiato, stu ricchione emmerda. Poi la femmina con le palle, e che aveva studiato gli sputò in faccia e lo cacciò fuori augurandogli i meglio morti in un qualche dialetto delle montagne del profondo Cilento. Il giorno dopo Marco ricevette una telefonata da Fofo il ricchione che gli chiese che cazzo aveva combinato: Neh Marco, ma che cazzo hai combinato con la dottoressa? Ma niente Fofo, chella è pazza, lascia perdere. Guarda che lei dice che le devi pagare due sedute, se no fa venire al fine del mondo. Dice che ti sei menato, che le hai messo le mani addosso! Azz, Fofò! Io a lei? E che, lei a te? E come, no? Quella è una dia di zoccola, ue Fofò! Io me ne stavo in garzia di dio e chella mha miso a fessa nfaccia! Ma tu fai schifo proprio, disse Fofò, e riattaccò. Ci vollero due giorni di trattative perché Marco scoprisse che la dottoressa Licciati era sorella cugina di Fofò, che lui ladorava perché era stata lunica in famiglia che laveva aiutato quando aveva scoperto che gli piaceva il pesce e che Fofò, che pure era uno scafato, frequentatore di saune e dark rooms, era convinto che sua cugina fosse una santa, che non avrebbe mai e poi mai fatto unavance a un suo paziente, figuriamoci poi a Marco. Il quale, però, volendo sinceramente bene a Fofò e non desiderando unaccusa di molestie sessuali (alla quale, fondata o no che fosse, suo padre avrebbe fatto seguire unimmediata sentenza di morte per roncolate), decise di saldare il debito e spedì alla dottoressa un mazzo di trenta rose con un assegno e un bigliettino di blande e generiche scuse. Le acque si calmarono subito, ma per Marco restava insoluto il problema della presunta bulimia di Opale. Come avrebbe potuto fare per aiutarla? Si arrovellò per due giorni sul problema, poi un giorno la vide che usciva da casa sua; le aveva dato le chiavi in un momento di rimbambimento, ma non pensava che lei le avrebbe mai usate. Invece stava uscendo dal portone di casa sua, e aveva in mano una busta del supermercato. Decise di affrontare la questione una volta per tutte; le si parò davanti con aria severa ma affettuosa (o almeno questa era stata la sua intenzione). Ciao, Opale. Semplice, ma diretto. Si disse: bravo. Ue Che fai di bello?, ironico ma giusto. Si ridisse: bravo. Niente Ah, niente? Sei sicura? Vabbuo iamm, mi hai sgamata, disse lei, e fece il gesto di applaudirlo in segno di sfottò. Vedi Opale, tu devi capire che ti io ti voglio bene, che io a te ci tengo, e che se tieni a una persona. Maro quanto sei pesante! Iamm, piglia sta borsa che è più pesante di te, un altro poco! Come? Senti, la macchina dove ce lhai? Qua dietro, ma scusa Meno male, ia, così mi accompagni, e lo prese sottobraccio e cominciò a camminare. Istupidito dalla confidenza del gesto, marco si accorse a malapena che la borsa del supermercato che Opale aveva raccolto a casa sua pesava effettivamente lìra di dio. Docile, la caricò in macchina mentre Opale si accomodava davanti. Scusa, ma dove devi andare? No, perché io Maroooooo, quanto sei.. Sono pesante, lo so., disse Marco, e, sconfitto, mise in moto e partì.
4. Il bello di essere un perdente è che in genere finisci col vivere tra perdenti più perdenti di te; per questo, quando Lucio raccontò al bar di essersi trovato al Fritz durante la sparatoria, diventò di colpo luomo del giorno. Inutile dire che del colpo esploso nessun giornale aveva riportato notizia, ma al bar, naturalmente, tutti sapevano tutto. In città non cera mai bisogno di leggere il giornale tutto intero. Le notizie, semplicemente, si materializzavano dal nulla e passavano di bocca in bocca. Il giornale, al bar, lo si sfogliava il giorno dopo, quando il barbiere acconsentiva a cedere la sua preziosa copia usata, e solo per vedere quanto quello che riportavano i cronisti locali corrispondesse alla verità. Non alla verità pura e semplice, ma alla versione della verità che era stata discussa e approvata il giorno prima al bar, a maggioranza sfinita. La maggioranza sfinita voleva dire che passava, alla fine della giornata (che variava dallora del primo caffé della mattina, attraverso la birretta delle undici su fino allaperitivo serale a botta di prosecchini) la versione di quello che più tenacemente aveva rotto i coglioni agli altri finché questi, sfiniti, non finivano per abbracciarla. Nel caso del colpo di pistola davanti al Fritz, la leggenda voleva che due gruppi di spacciatori si fossero affrontati in una specie di mezzogiorno di fuoco, ricoprendo di bossoli il piazzale antistante. La postilla aggiunta a forza di urla e spintoni da Alfredino o nazzista diceva che cera stato almeno un morto, il corpo del quale era stato fatto sparire impacchettato nelle ecoballe dellimmondizia e quindi spedito in Germania per essere bruciato nei termovalorizzatori. In effetti, la storia, raccontata così era abbastanza affascinante, e per questo la sera dopo venne raccontata a Lucio, il quale, in perfetta buona fede, disse: Mah, io veramente un colpo solo ho sentito. Apriti cielo. Il primo a saltare su fu, ovviamente, o nazzista: Seeeee, come no, perché il signore ieri sera stava o Fritz a abballare, come no., urlò rivolto agli astanti e indicando Lucio a quello che sperava fosse il pubblico ludibrio. Eh, stavo al Fritz, rispose Lucio, con una calma olimpica che fece gelare il sangue al suo avversario. Il tono sicuro di Lucio era una cosa che si sentiva di rado al bar, dove la menzogna era moneta comune, e in genere era accompagnato da urla belluine tipo zulu contro le truppe di sua maestà britannica, perciò lautorevole Alfonso a patana lo notò, prese Lucio sotto il braccio e lo portò vicino al bancone. Ordinò due camparini, che il barista rifiutò di servirgli perché erano due settimane che non pagava niente e quindi toccò a Lucio offrire, e infine, sorseggiando laperitivo e ingozzandosi di nocelle si fece raccontare la storia. Il fatto era che Lucio al bar aveva unottima reputazione: la sua estrema buona educazione, il fatto di essere sempre lavato e stirato e, non ultima la sua propensione al litigio anche violento quando serviva ne facevano uno dei padri nobili, anche se silenziosi, della compagnia. Fu per questo, e per la sua secolare rivalità con Alfredino o nazzista, che Fonzo la patana prese immediatamente per buona la versione di Lucio: Guagliu, il nostro Lucio stava al Fritz ieri sera e sape tutte cose!, urlò di soddisfazione. Lannuncio venne accolto da un coro di OOOOHHH (quelli che ci credevano) e SESE COME NO (quelli che propendevano per il no). Naturalmente, il problema di quanti colpi fossero stati esplosi, da chi e contro chi, e se ci fossero o no state vittime venne di colpo messo da parte a favore della vera, fondamentale domanda: che cazzo ci faceva Lucio al Fritz quella notte? E siccome non era concepibile che uno andasse da solo in discoteca, allora cera andato per un solo motivo: una femmina. Infatti, al bar di tutto si poteva discutere, tutto si poteva accettare; una volta uno di loro era riuscito a far passare una storia che lo vedeva protagonista di una lotta al coltello con uno squalo (che, dopo tre ore di animato dibattito, era alla fine diventato uno squaletto, però assai incazzoso). Quello ci poteva anche stare. Linconcepibile, però, si presentava sempre sotto forma di avventura galante. Di avventure scoperecce si favoleggiava ogni ora, al bar, ma erano ammesse soltanto quelle palesemente false, come le signore divorziate dellalta società che Alfredino o nazzista dichiarava di scoparsi a tre alla volta (più sono ricche e più sono zoccole, guagliu). Quando però qualcuno rischiava di scopare davvero, allora erano dolori.: era allora che ti prendevi del carogna, del bugiardo, del millantatore. Potevi dichiarare di aver visto un Ufo e tutti ti davano retta; di aver vinto al superenalotto senza avere in tasca una lira che era una. Per le palle le prove non erano richieste. Se però ti permettevi di dire che eri uscito, anche senza scoparci, con una, beh allora ci volevano le prove: chi era questa? Come lavevi conosciuta? Come era vestita? Come eri vestito tu? Dove lavevi portata? Quanto avevi speso? Come avevi fatto a trovare i soldi? Più la cosa era verosimile, meno veniva creduta; e più prove portavi a sostegno della tua versione, più te ne venivano chieste e maggiore era lo scetticismo con il quale le tue parole venivano accolte. Solo Totonno e Marco erano esentati da questa umiliante trafila, in quanto da sempre accettati come chiavanti riconosciuti. Per tutti gli altri, valevano le regole ferree del gruppo. E sentiamo, hai chiavato?, giunse subito al cuore pulsante del problema il cameriere cinquantenne. Ma quando mai, si schernì Lucio, sinceramente. Eeeeehh, e mo andavi al Fritz per farti una ballata da solo, come no, incalzò il nazzista. No no, il fatto di quello tenevo un mezzo appuntamento co una, solo che poi.. Che hai fatto? Ti sei menato e quella tha mandato a ffanculo?, spostò con la bocca Alfredino. Ci fu un attimo di silenzio gelido. Alfredino aveva fatto quello che nessuno sano di mente si sarebbe mai permesso di fare con Lucio: ricordargli lesatta dinamica dellincidente di Lauretta. Il cazzotto lo colpì in pieno viso, spezzandogli dun botto il setto nasale. Alfredino, accecato dal sangue, dal dolore e dalla velocità dellaggressione, non seppe mai quanto era stato fortunato. Alfonso la patana, che conosceva bene Lucio da anni, lo bloccò immediatamente, prima che cominciasse a infierire sul nazzista; andò male anche a lui, perché Lucio, nel tentativo di divincolarsi per riavventarsi sullavversario ormai a terra, lo colpì col gomito sul labbro, spaccandoglielo. In un attimo il pavimento del bar si riempì di sangue. Ci vollero tre persone per tenere a freno la furia omicida di Lucio, e tutta lautorità del padrone del bar per far smettere al nazzista di bestemmiare la madonna, il padreterno e due dozzine di santi, e spostare i contendenti nel retro, per metterli al sicuro casomai qualcuno avesse avuto la pessima idea di chiamare i carabinieri. Lucio si calmò quasi subito. Stava seduto in un angolo, vicino alle casse di birra Corona a fissare il vuoto, apparentemente calmo ma guardato a vista da un fedelissimo di Fonzo; Alfredino era nellangolo opposto del magazzino e, come un pugile ferito nellangolo, guardava il suo avversario con uno sguardo carico dodio, mentre i suoi secondi gli bisbigliavano allorecchio: Alfredi, ma che cazzo tè venuto in capa? Alfredi ma si scemo? Non si fanno queste cose, Alfre! Alfre, devi chiedere scusa. Il gruppo aveva deciso. Ognuno di loro aveva il suo tabù personale, i suoi intoccabili penati che non era consentito ad alcuno profanare, mai, pena lesclusione dal gruppo e la conseguente morte sociale, soprattutto se consideriamo il fatto che socialmente, più in basso del bar cerano soltanto le riunioni del giovedì pomeriggio delle badanti dellest ai giardinetti. Azz, mo so io che aggia cerca scusa a iss?, provò a ribattere Alfredo, ma le sue parole vennero mangiate dal fazzoletto sporco che qualcuno gli aveva messo sul naso e dalle leggi del gruppo. Alfre, o fatto e LaurettaNun fa o scemo Alfre, vedi che quello Lucio è cazzo che ti fa male veramente.. A me? Iss fa male A ME? Alfre vedi che quello già ti ha scommato di sangue! E solo perché mi ha pigliato comme a nu vigliacco! Fu allora che intervenne il padrone del bar, la cassazione indiscutibile: Lucio, ha detto Alfredo che ti cerca scusa, che non ti voleva offendere. E vero che lo cerchi scusa Alfredi? E overo eh?, disse con un tono che non ammetteva repliche, pena lesclusione dal contesto sociale. Efhrth, farfugliò il nazzista dal suo angolo. EEH?, urlò il padrone del bar, ormai spazientito dalla durata eccessiva della contesa. Ti chiedo SCUSA, LUCIO!, disse quasi urlando, e poi, ricolto agli altri: Ve bene? Siete contenti mo? Lucio si alzò dal suo angolo e per la prima sembrò che i suoi occhi avessero ricominciato a percepire la realtà circostante. Puntò verso langolo dove era accasciato il nazzista con una velocità tale che due o tre persone fecero per fermarlo, convinte che volesse di nuovo avventarsi sul nemico ormai sconfitto. Invece lui si fermò, guardando Alfredino dallalto in basso, gli tese la mano, lo fece alzare, e, nello stupore generale, lo abbracciò. Il nazzista rimase così, con le braccia tese nellabbraccio sincero di Lucio, guardandosi intorno con aria incredula. Cercò di divincolarsi, ma Lucio non lo lasciò andare, anzi lo strinse ancora più stretto. Fu a quel punto che Fonzo a patana cominciò lentamente a battere le mani, prima piano, poi sempre più forte, prima da solo, e in breve imitato da tutti i presenti alla scena. Lapplauso crebbe di intensità per una decina di secondi, poi, quando cominciò a scemare, Lucio allontanò da sé Alfredino, gli afferrò le spalle e gli stampò due baci su entrambe le guance; lo guardo fisso per un momento e gli disse: Scusami Alfredi, è colpa mia, so nu strunz, nomm mmerda, e cominciò, spudoratamente, a piangere. Non scorsero fiumi di melassa, ma ci mancò poco che si mettessero a piangere tutti. Ci furono abbracci reciproci, giuramenti di eterna e fraterna amicizia, strette di mano, patti di sangue e fu perfino proposto un brindisi, che però cadde nel nulla, non essendo nessuno in grado di permettersi nemmeno unAsti Cinzano avanzato da Natale. Riconciliato con sé e col mondo, il gruppo si diresse finalmente verso lesterno, dove li aspettavano i meno intimi, quelli che non erano stati ammessi ad assistere alla composizione della lite. Ci furono cinque minuti di risate e perfino amichevoli sfottò e tutti erano felici e contenti e nessuno aveva chiamato le guardie; questo fino a che un tale Salvatore, un frequentatore poco assiduo, non ebbe la poco felice idea di dire: Neh, certo che sta Lauretta doveva essere overamente na granda stronza, eh?, a voce troppo alta. Il cazzotto di Lucio lo colpì sulla nuca, e Salvatore riuscì a prendersi anche un calcio nei reni prima di crollare a terra svenuto.
Questo è il titolo del prossimo capitolo di Statti attento da me. Come al solito, per il momento, questo è quello che vi attocca, visto che ho dovuto lasciare Roma per l'Africa Cilentana e naggio potut fa' nu cazz. I commenti li potete sempre mandare a amloatkatamail.com. Nel frattanto leggetevi a Moccia, che sarà quel che sarà, ma almeno lo capite.
N.p.l.f.: Avete visto quant'è bono Scamarcio? E no, il fatto che si chiavi alla Golino non significa che si chiaverebbe delle vecchie inzallanute di merda come a voi.
Capitolo cinque: Linutilità dellintrecciarsi degli eventi
1. Il dottor Vegni, da quando Concita Cerri in Delli Colli laveva mollato, praticamente non viveva più. Non cera un motivo preciso che giustificasse la sua fissazione per quella donna. Si era semplicemente fissato, e basta. Qualche volta le cose vanno in un modo senza che ci sia una ragione, anzi forse proprio perché sembra che non ce ne sia nessuna.[...] La sua posizione di magistrato dassalto lo aveva spinto troppo in là, togliendogli la libertà dazione necessaria per fare il campatore. La scorta, per esempio. Se da una parte era una vera benedizione, vista la paura che gli gelava perennemente il cuore, dallaltra era schiavo di quei due sbirri. Essendo un paranoico, il dottor Vegni temeva che lo prendessero per il culo alle sue spalle. E faceva bene, perché Cric e Croc (così li chiamava il magistrato, ma solo in capa a lui, naturalmente), essendo due che di gente ne aveva scortata un bel po avevano capito subito di che pasta era fatto e, tra di loro, si riferivano a lui come Tunnacchione. Non cera un motivo preciso per questo nomignolo, ma la prima volta che lavevano usato era loro parso adattissimo. Semplicemente, una mattina che pioveva, erano passati a prendere sua magistralità: pioveva, e Vegni aveva fatto unuscita dal portone degna delle comiche di Mack Sennett. Come le prime gocce di pioggia avevano cominciato a bagnarli i capelli cotonati, si era messo a squittire a uso ricchione, come se stesse piovendo acido muriatico e non acqua. Continuò questo suo show per alcuni secondi, poi si ricordò che la sua scorta stava ad aspettarlo in macchina, e cercò, troppo tardi, di darsi un minimo di contegno. In macchina, Cric (il più vecchio), disse a Croc in tono sfastidiato: Piglia lombrello e vai a pigliare a Tunnacchione, che quello è cazzo che si mette a piangere. La battuta aveva scatenato nei due poliziotti una ridarella irrefrenabile, della quale Vegni si era accorto subito. Non si ricordava dove, ma una volta aveva letto una definizione di paranoico che lo consolava non poco, secondo la quale il soggetto in questione è soltanto uno che ha capito tutto. Rifiutò con sdegno lombrello che gli porgeva lagente, e si incamminò verso la macchina di servizio con la migliore imitazione di una camminata mascolina che gli riuscì di fare, ma prima andò a finire con un piede in una pozzanghera profondissima, poi, nel tentativo di rifiutare il braccio che Croc gli porgeva, cadde e andò a finire a terra a pelle di leone. La faccia dei poliziotti, quando lo tirarono su, era paonazza per il riso trattenuto a stento; fu solo quando lui fu risalito a casa per cambiarsi (che si era combinato come a Santo Lazzaro), che finalmente diedero sfogo alle risate. Erano letteralmente piegati in due e si davano delle gran pacche sulle spalle a vicenda, quando il dottor Vegni li vide, spiando dalla finestra della tromba delle scale che dava sul piazzale davanti casa sua. Dal quel momento la diffidenza che nutriva nei riguardi dei due agenti (sostanzialmente uguale a quella che riservava alla maggior parte degli esseri umani) si tramutò in odio feroce e imperituro. Naturalmente, questo comportò un cambio di atteggiamento nei confronti di Cric e Croc. Se prima era stato sulle sue ma gentile e tutto sommato anche amichevole, da quel momento divenne untuoso e servile. Si informò sulle famiglie dei due, chiese come si chiamavano le mogli, che lavoro facevano. Avevano figli? Ah che bello, e quanti? Il Vegni era un estimatore della teoria che diceva di tenersi stretti gli amici e ancor di più i nemici; per di più, la sua esperienza di inquirente gli diceva che linformazione era potere. Più cose sai di qualcuno, comprese quelle apparentemente più inutili e innocenti, più possibilità hai di incastrarlo. Perché era chiaro, quei due lavrebbero pagata. Se cera una cosa in cui Tunnacchione eccelleva, fin da quando era bambino, era la vendetta. Prima o poi, la sua arrivava, anche dopo dieci o quindici anni. In tribunale si informava sempre, ovviamente senza darlo a vedere , se quelli che, per esempio, un giorno al liceo lo avevano sbattuto contro un muro e sputato in faccia, si fossero, per caso, messi nei casini. Cera gente, nella sua lista nera, che aspettava da anni, e che ormai non si ricordava più nemmeno di averlo conosciuto, allirreprensibile magistrato senza macchia e senza paura (buona questa). Non aveva ancora ben chiaro in mente cosa avrebbe fatto a Cric e Croc, ma sapeva che la parolina giusta alla persona adatta, nel momento opportuno avrebbe causato a quei due stronzi (perché tanto era chiaro adesso che erano soltanto due stronzi) un bel po di casini. Cazzi loro. Era però chiaro, a questo punto, che non poteva aspettarsi che quei due gli reggessero il gioco, se lui avesse deciso di concedersi qualche scappatella, anzi. Doveva stare attento, doveva fare in modo di liberarsi di quelle spie in borghese. Cominciò così la sua manovra di socializzazione; se non voleva che loro sapessero alcunché della sua vita privata, cominciò a interferire pesantemente nella loro. La prima volta fu in occasione di non so quale partita: sapeva bene che a Cric e Croc sarebbe dispiaciuto perderla, e disse loro di stare pure a casa, se volevano, che tanto lui non sarebbe uscito, quel pomeriggio. In effetti non uscì, anche perché era come al solito paralizzato dalla paura. Però era libero, pensava. Se avesse voluto, sarebbe stato libero di uscire e di incontrarsi con chi voleva. Non era granché, questo lo ammetteva, però gli sembrava comunque di essere riuscito a segnare un punto a suo favore. Avrebbe fatto così, la prossima volta che avesse avuto un appuntamento galante, solo che lui ormai di appuntamenti ormai non ne aveva più. Quella che gli aveva dato Concita era una botta veramente grossa, e lui era andato in fissa come fanno le femmine, che più vengono rifiutate e schifate più si innamorano e si attaccano come cozze. Amore, non era. Sesso neanche, perché Concita, pace allanima sua, era una specie di pezzo di stoccafisso, per di più acido e saccente. Orgoglio? Vegni non riusciva ad ammettere che di quello si trattasse, sebbene fosse consapevole che in lui la cosa stava cominciando ad assumere una forma un po esagerata, soprattutto per un uomo così in vista. Se fosse stato in grado di guardarsi dentro, si sarebbe accorto che le cose, come spesso succede, sono semplici, se solo riesci a spogliarle dalla patina puzzolente di merda dellego, e che lui, in fondo era semplicemente presuntuoso e permaloso, come milioni di altre persone. Era semplicemente per questo che non riusciva ad accettare che Concita lo avesse mollato, e in quel modo umiliante, per di più. Ma si sarebbe rifatto, di questo era certo. Diventò sempre più intimo degli agenti della scorta. Arrivò al punto di comprare una catenina doro per la comunione della figlia maggiore di Cric. Ormai i due lo chiamavano Tunnacchione solo bonariamente, e lo avevano preso in simpatia. E mano mano che il loro atteggiamento verso il magistrato diventava più amichevole, lodio di Tunnacchione nei loro riguardi, invece, cresceva esponenzialmente. Fu proprio lidea di metterli nel sacco che lo spinse a uscire da solo. Li salutò cordialmente, e disse loro che si sarebbe ritirato, andate pure ragazzi, sono le otto, ci vediamo domani mattina, baciate i ragazzi per me, mi raccomando. Aspettò cinque minuti dopo aver visto la macchina girare langolo, poi dalla scale, invece di prendere lascensore, si infilò nella porticina che dava ai garage. Non ebbe neanche paura dei camorristi: mi avranno visto andar su a casa, pensò (anche se langolo del suo cervello che ancora ragionava sapeva benissimo che nessun clan aveva interesse toglierlo di mezzo), e poi è notte ormai, cè poco traffico, e se mi accorgo che qualcuno mi segue faccio a tempo ad andare di corsa sotto la questura o nella caserma dei carabinieri sulla litoranea. Mise in moto senza neanche trattenere il fiato: la gioia di averlo messo nel culo a Cric e Croc era più forte della paura di saltare in aria nella sua Lancia blu. Si concesse, forse per la prima volta nella sua vita, un puttan tour. Oddio, il vero puttan tour, a quanto ne sapeva lui, consisteva nel fermarsi a chiacchierare con le zoccole, chiedere loro quanto si prendevano per la bocca, per la fica o per il culo e poi, nel caso, trattare anche sul prezzo, come a Forcella. Invece lui si limitò a percorrere a trenta allora il vialone alberato che ospitava le nigeriane e quello più interno dove lavoravano le russe più giovani. Si sentiva un toro, si sentiva in gamba, più in gamba di quei due analfabeti che avrebbero dovuto proteggerlo. Accese la radio e cominciò a cantare, imitando le parole spagnole di quello che gli sembrò un mambo, poi la spia arancione sul cruscotto lo distrasse. Era a riserva fissa, chissà da quanto tempo, cazzo, e doveva assolutamente fermarsi a fare benzina, se non voleva rischiare di rimanere a secco, solo, di notte, in mezzo alle puttane. E soprattutto, se non voleva rischiare di dover spiegare che cosa ci faceva lì, senza scorta. Doveva fare benzina, subito, adesso. Doveva assolutamente trovare un benzinaio aperto: porca puttana, forse ce nera uno, sì, ce nera uno lì vicino. Girò il volante e fece inversione a U tra le grida delle puttane, con negli occhi laccecante arancione della spia della riserva. Gli tremavano le mani. Non si sentiva più le gambe. Cominciò a piangere. Doveva assolutamente trovare un cazzo di benzinaio.
2. I ricordi di Lucio riguardo alle discoteche si erano fermati per sempre ai tempi dei mak p del liceo. A quellepoca, i favolosi anni settanta, le cose erano un po come dire, diverse. Le discoteche non erano ancora discoteche, semmai rappresentavano una curiosa mutazione dei night club. I dj non erano tipi strapagati e noti al pubblico: generalmente erano degli sfigati che mettevano i dischi perché incapaci di socializzare (più o meno lequivalente di quelli che suonavano la chitarra e i bonghetti alle feste e ai falò mentre quelli che sapevano campare si ammoccavano quasi subito con le femmine). La febbre del sabato sera, ai tempi doro di Lucio, non era ancora esplosa. Certo, il film con relativa colonna sonora era già uscito, ma allepoca le mode, per arrivare in città, dovevano farsi come minimo un paio danni di quarantena; questo, per la gente normale. Perché se ne accorgessero i gestori delle tre discoteche cittadine ci voleva ancora un bel po, visto che più che imprenditori, in genere erano dei vecchi gagà o ex camorristi che non riuscivano ad accettare il fatto che i tempi doro di Buscaglione fossero ormai morti e sepolti. Inutile dire che anche la musica risentiva di questa strana situazione di passaggio; generalmente in discoteca ti capitava di sentire la hit parade di Lelio Luttazzi papale papale, con in più qualche veloce incursione dei gusti musicali dei dj; questo voleva dire spaziare, nellarco di una stessa serata, da Marta di Ciro Sebastianelli a Cuba dei Gibson Brothers fino a agli Emerson Lake and Palmer (temutissimi, perché i loro pezzi erano praticamente impossibili da ballare e duravano uneternità). Beniamino delle serate era, naturalmente, Carlos Santana: il suo tattaratta-tarattaùùùù segnò linizio di molte storie damore, per di più tristissime e destinate al fallimento, poiché se è vero che dalla merda spesso nasce qualcosa, molto spesso è qualcosa che puzza di merda. Insomma, la discoteca era sostanzialmente una bella copia della festa in casa, tipo quella famigerata dellincidente che aveva segnato la vita di Lucio, niente di più. Le uniche droghe che giravano erano le canne, ma mai dentro il locale, che se ti acchiappava il proprietario eri un uomo morto. Si andava già drogati o bevuti, e allepoca drogati o bevuti voleva dire allegrotti tipo aperitivo. Lucio, che non era un cretino, era ben lontano quindi dallaspettarsi lo stesso tipo di discoteca che aveva lasciato decenni prima, eppure, una volta entrato al Fritz, ebbe lesatta percezione di come il mondo si fosse dato da fare mentre lui invecchiava e si copriva di polvere, come un monumento equestre in una piazza di periferia. Innanzitutto, il volume. Ne aveva sentito parlare, naturalmente, ma, reduce da anni di frequentazioni di concerti spaccatimpani e fracassacoglioni, pensava di essere in grado di reggere la cosa. Invece londa durto che lo investì fu una cosa talmente nuova alle sue orecchie da spiazzarlo, più che auditivamente, mentalmente. Allinizio pensò che qualcuno stesse facendo un sound check, visto che il suo cervello non riusciva a trovare un bandolo in quellenorme gomitolo di rumore. Gli ci volle una ventina di secondi per capire che quel tumpatumpa era la musica. Non si perse danimo, fece un lungo respiro e si avviò verso la pista, in cerca di Patrizia. Il locale non era ancora pieno, anche se a Lucio sembrava stracolmo, e il volume, non essendo ancora arrivato il dj guest, era ancora accettabile. Una cinquantina di napulilli stavano al centro della pista, palesemente calati come ai cessi, e più che ballare saltavano, flettendo in altro il braccio desto con la palma tesa in un gesto che poteva vagamente ricordare il saluto fascista ma che Lucio capì subito non avere niente a che fare con la politica. Da frequentatore di stadi, per quanto di serie C e B, con due incursioni in A e coppa uefa e per vedere la sua Juve, riconobbe nei ragazzini saltellanti gli stessi che vedeva in curva saltare nella stessa maniera con lo stesso braccio alzato, solo che invece del tumpatumpa del dj resident il sottofondo era devimorì-re. Il semplice fatto di aver stabilito questo punto di riferimento lo rinfrancò: aveva temuto di trovarsi immerso in qualcosa di totalmente sconosciuto, e invece si accorgeva di riuscire a decifrare qualcosa, e si sentì un po meno straniero. Notò che praticamente non cerano donne, e anche questo lo consolò. Che lui sapesse, nessuno aveva mai rimorchiato in discoteca, né ai tempi suoi né adesso. Certo, cerano le leggende metropolitane su quello che era stato fermato da una tipa, trascinato nei bagni e lì praticamente violentato dalla misteriosa circe, ma si trattava di leggende metropolitane, come i coccodrilli albini, il tronchetto della felicità assassino o il posto fisso. A parte i pallisti di professione, tipo Alfredino o nazzista o Fonzo a patana, che avevano nel carniere, oltre a queste, decine di altre improbabili storie di sesso, più balle spaziali su qualunque argomento, dalla pesca sportiva al rafting, si trattava sempre di cose che erano successe allamico di un amico di un cugino di qualcuno. E Lucio sapeva che, in città, scopare con una sconosciuta poteva succedere solo a poche decine di persone, quelli che ci sapevano fare e tenevano i soldi, tipo Marchetiello. Il resto del mondo incontrava difficoltà quasi insormontabili non solo per chiavare, ma semplicemente per conoscere a una femmina. Per quelli come Lucio, presentarsi a una sconosciuta e farci amicizia (come si favoleggiava succedesse, ma sempre altrove e sempre al Nord), era unidea balorda, e solo pochi balordi tentavano limpresa, che il più delle volte finiva così: BALORDO: Ciao, scusa, ti posso conoscere? (o canoscere, a seconda della periferia di provenienza del balordo in questione). FEMMINA: Ma chi sei che vuoi ma vattene (con sguardo schifato e occhio a mezzasta in segno di disprezzo). BALORDO: Io mi chiamo Tony, tu come ti chiami? FEMMINA: Ma te ne vuoi andare o no? BALORDO: Uaaaa quante storie, manco una cosa ci possiamo bere insieme? FEMMINA: Mo te ne accorgi che viene il mio ragazzo e ti scassa la faccia, mo vedi. BALORDO: Seeeeeeee, ammè ? Mi scassa? La faccia? Ammè? E fallo venire al tuo ragazzo, fallo venire. A questo punto, di solito, arrivava il ragazzo della femmina e cominciava la gara di pettate e spiegazioni, prima tra i due contendenti, poi tra le due comitive; se erano comitive di colombe la cosa poteva anche finire lì, dopo un paio dore di trattative serrate. In caso di comitive di falchi, si andava da una serie di microrisse a catena fino alla maxirissa tipo orgia con conseguente intervento del proprietario del locale con mazza di ferro. Con queste premesse, Lucio o sapeva benissimo, conoscere una femmina in città era possibile solo tramite presentazione ufficiale (alla quale, ovviamente, la femmina faceva seguire il ben noto comportamento da nuovaiorchese, che prevedeva almeno sei o sette ah ci hanno già presentati?), oppure, come era successo a lui con Patrizia, per gentile concessione della proprietaria della giostra in mezzo alle cosce. Fu perciò lieto di notare che, come ai tempi suoi, per ogni cento maschi cera solo una femmina, naturalmente con un seguito di fidanzati, predendenti, cicisbei e nubiani da far invidia al Re Sole. Poi vide un paio di cubiste. Ai suoi occhi, gli sembrò di stare sul set di un film porno americano, di quelli ultrapatinati con le femmine tutte uguali tra loro e tutte uguali a delle Barbie. Vide perizomi, vide stivali con zeppe improponibili, vide tatuaggi, vide seni gonfiati e labbra rifatte. Osservando bene, però, gli sembrò che quelle ragazze avessero un che di fuori posto e insieme familiare. Non lo capì, perché la vista laveva sconvolto, ma facendo mente locale avrebbe potuto capire il perché di quel curioso senso di incongruenza che laveva pigliato per un momento. Era colpa dei piedi, e del modo che avevano le ragazze di trascinarli: erano già pronte nel loro costume da intostapesce, ma i loro corpi non avevano ancora assimilato bene il compito della serata, e trascinavano le estremità inferiori convinti di trovarsi ancora nelle loro cucine, da quelle fetide di fuorisede femmine a quelle immacolate di mammà. Avesse avuto la mente sgombra, si fosse ucciso di pugnette prima di uscire di casa, Lucio si sarebbe accorto che quelle ragazze camminavano esattamente come a sua zia. Guardò oltre la folla di napulilli, verso il bancone del bar (in fin dei conti aveva un buono per una consumazione, e con un bicchiere in mano ci si sente meno in imbarazzo), quando gli sembrò di vedere a uno che conosceva; non uno del bar, figuriamoci. Gli sembrò uno del Gazebar, e gli sembrò che anche lui lavesse riconosciuto e stesse per salutarlo, quando vide un braccio che si agitava nella sua direzione. Era Patrizia. Che lo salutava e lo chiamava. Lucio si dimenticò di colpo del tipo che aveva appena visto e, fendendo la folla dei napulilli a botta di scusatescusate, corse verso di lei. Aveva un sorriso quella ragazza che era la fine del mondo, pensò.
3. Non era facile, per Gioggiò, mantenere la calma. Per quanto Michelone gli avesse assicurato che il Fritz era zona sicura, lui non si sentiva tranquillo: non era uomo da trovarsi in questi casini, fondamentalmente, e ancora si sarebbe sputato in faccia da solo per il casino che era riuscito a combinare. In realtà, lui era più che al sicuro, al Fritz; quello che Michelone aveva, con fraterna prudenza, evitato di dirgli, era che cera in atto una guerra tra clan. Ma forse, sostituendo guerra con sporadiche scaramucce che talvolta degeneravano in sparatorie a casaccio e clan con gruppi assolutamente disorganizzati di balordi, si sarebbe andati di certo più vicini alla verità. E la verità era che la malavita organizzata (quella vera), non controllava più direttamente il territorio della città. Aveva della roba da vendere, e la vendeva, punto. E inutile tenere aperti una serie di punti vendita in città diverse quando hai acquirenti che ti si litigano il tuo prodotto appena fai girare la voce che è disponibile. La malavita vera aveva capito che così il gioco diventava più facile e sicuro: se cerano guerre da combattere, le combatteva altrove, a livelli più seri e soprattutto per motivi più importanti. Come Michelone avrebbe potuto raccontare a Gioggiò, e come il dottor Vegni era ben lontano dallo scoprire nellambito della sua lotta senza quartiere alla criminalità organizzata, in città lunica caratteristica comune alle varie bande di balordi che si spartivano il territorio era lassoluta disorganizzazione. Molto spesso queste, più che bande, erano in origine comitive, o squadrette di pallone, o compagni di scuola, tutti provenienti dai rioni poveri della città, che a un certo punto erano passati dalla rapina al coetaneo del centro al fare con lui affari molto redditizi, che consistevano nel vendergli ogni tipo di roba andasse di moda. In teoria, niente avrebbe potuto impedire che anche i ragazzi del centro si organizzassero in quelli che le forze dellordine chiamavano pomposamente clan, così come, sempre in teoria, sarebbe stato possibile a quelli della periferia diventare notai, primari, commercialisti, giornalisti. In teoria. In pratica, ognuno faceva quello che gli spettava per nascita, alla faccia dello spettro che una volta si era aggirato per lEuropa. Era meglio così, in fondo. Geneticamente, ognuno si muoveva secondo quello che gli dettava il proprio Dna. Lunica cosa che riusciva a unire questi due ceppi etnici, diversi tra loro come Troll e Orchi era la politica. Solo in quel caso la nascita non contava, e vedevi presidenti di società miste con belle e rubizze facce da contadino, fronte da gorilla nella nebbia e eloquio alla Pappagone. Se eri in politica non contava più la laurea, non era necessario aver ricevuto unistruzione o uneducazione: anzi. Ma quelli erano pochi, perciò per lo più la cosa funzionava così: i poveri vendevano e i ricchi compravano, solo che i poveri non si arricchivano vendendo e i ricchi non si impoverivano comprando. Al massimo, qualcuno dei poveri girava per un po con una macchina che, se fosse andato a lavorare, non avrebbe mai potuto comprarsi. Però, siccome i soldi sanno dove devono andare, alla fine dentro quelle macchine fatte per gente geneticamente più ricca di loro, ci finivano ammazzati o gambizzati. Tutto questo papiello per dire che il Fritz era di proprietà e di competenza di un gruppo che con quello al quale Gioggiò doveva dei soldi non aveva niente a che fare. Più che essere nemici, i due similclan si guardavano in cagnesco, senza però manifestare realmente lintenzione di attaccarsi, visto che nessuno due avrebbe avuto la capacità di gestire contemporaneamente il giro daffari proprio e dellaltro: era, più che altro una questione dimmagine, come una gara tra culturisti. Di questa cosa Michelone non aveva detto niente a Gioggiò perché, innanzitutto, Gioggiò meno cose sapeva meno cose poteva dire in caso fosse costretto a parlare, e poi perché, paranoico comera, non sarebbe mai stato disposto a seguire e accettare un ragionamento così lineare. Michelone gli aveva semplicemente detto: Domani andiamo al Fritz così ti faccio parlare io co uno Ma tu sei scemo? E se mi vede qualcuno e quelli arrivano e mi spezzano le cosce, aveva cominciato a squittire il fuggitivo. Nisciuno ti vede. Statti tranquillo. Ci penso io., aveva detto Michelone, e si era portato la mano alla cintura, in un gesto che tranquillizzò immediatamente a Gioggiò. Ah Eh Allora è sicuro, Michelo? Sto tranquillo? Stai in mano allarte, aveva riso il chiattone, e laveva abbracciato fingendo di strangolarlo, come facevano fin da bambini. Erano rimasti che al Fritz avrebbero trovato qualcuno che poteva fare qualcosa per il movimento che aveva in mente Gioggiò, e soprattutto questo qualcuno lo poteva fare a credito. Ma questo mo chi è?, già preoccupatissimo, Gioggiò. E uno, Gioggiò, quanti cazzi vuoi sapere, aveva risposto Michelone, è uno. Madonna Michelo, nun fa i segreti e Pariggi cu mme!, sorcettò, incazzato per essersi messo nelle mani che tutti chiamavano, anche se alle spalle, lo scemo. Gioggiò, qua non ci sta nisciuno segreto. Io non lo so chi truvamm al Fritz. Saccio sulo che tiene la robba, vabbuo? Mo dipende chi cè e chi non cè. Però chi ci sta ci sta, ti può aiutare E io che ne so con chi devo parlare? Io sto fuori e controllo, tu ti metti al bar senza fa o pagliaccio e aspetti che quelli ti vengono a cercare loro Perché? Mi sanno a me? A ME?, urlò Gioggiò, che era pronto a cacarsi sotto. Nonsignore Gioggiò, non ti sanno, cercò di spiegargli con calma Michelone, quando io vedo la persona che ti può aiutare gli dico dove stai e come stai vestito e se io sto ancora fuori a lavorare lui viene e cominciate a parlare belli tranquilli. Ma poi vieni, tu, eh Azz, come non vengo, mo? Allora sto tranquillo, eh? Taggio ditto ca stai tranquillo E quelli non entrano, al Fritz, è overo? Ci sto io davanti, neh Gioggio del cazzo, se ti dico statti queto statti queto, e che cazzo. Naturalmente, per quetare a Gioggiò cerano voluti due grammi di bamba della scorta personale di Michelone, che erano scomparsi in poco più di unora, e dopo questo trattamento Gioggiò era apparentemente molto rilassato, mentre in realtà il suo stato di allerta naturale si era trasformato in qualcosa di più pericoloso, una specie di sonnolenza assassina difficile da capire se non ci si è appena scamazzati il naso di bamba. Né due martini e tre ceres al bancone del bar del Fritz avevano migliorato la situazione. Forse fu questo il motivo che lo fece quasi cadere dalla sedia quando una mano gli si poggiò sulla spalla e una voce disse: Tu Gioggiò?
4. Quando il dottor Vegni sentì lo sparo, si cacò immediatamente nei calzoni. Era riuscito a raggiungere il benzinaio, e il sudore freddo gli stava ghiacciando la fronte. Si accorse che si trattava di un self service, e si guardò intorno cercando lomino della benzina, uno di quei simpatici filippini dallaspetto mansueto che, in cambio di un po di spiccioli, si assumevano lonere di metterti la benzina nel self, ma di omini mansueti non cera amnco lombra. Vegni buttò un occhio allorologio, e si accorse che era tardissimo, porca puttana. Però si sentiva al sicuro, quello sì. Nessuno lo stava seguendo, di questo si sentiva abbastanza sicuro, ma scendere a far benzina gli scocciava abbastanza, però era chiaro che doveva, se voleva tornare a casa, ed era proprio ora di farlo. Imbracciò il borsello (in realtà era una specie di marsupio della nike, nero, ma mentalmente, per lui, sarebbe sempre rimasto il borsello, in onore della sua gioventù verginea e derelitta) e uscì dallauto. Raggiunse la colonnina del self service e aveva appena messo una mano dentro per prendere il portafoglio, quando in due secondi successe tutto. Prima vide un tipo con la faccia da galeotto andare verso di lui, e si accorse che aveva qualcosa in mano, poi sentì distintamente: BLAM!. Era uno sparo, lo capì quando i ricordi del militare lo acchiapparono e gli stritolarono le budella, facendogli così saltare il precario tappo che gli manteneva il culo da quando era uscito da solo. Si buttò a terra, anzi è più esatto dire che ci si ritrovò senza sapere come, visto che il suo corpo non solo aveva smesso di ubbidirgli, ma anche di rivolgergli la parola. Cominciò a piangere e a urlare: Non mi fate niente, non mi fate niente, per pietà non mi fate niente io non vi ho fatto niente non mi fate niente per pietà!, ma in realtà non aveva la più pallida idea di quello che stava succedendo. Svenne e non si accorse più di niente. Non si accorse, per esempio, che il tipo che aveva visto andare verso di lui, sentito anche lui distintamente lo sparo, si era buttato a terra addirittura un attimo prima del coraggioso magistrato. Botte Giovanni, così si chiamava luomo, era effettivamente un brutto ceffo; uscito di galera solo pochi giorni prima grazie allindulto, aveva però manifestato al fratello Andrea, a casa del quale era andato (momentaneamente, gli aveva giurato sulla tomba della madre) a stare, lintenzione di cambiare vita, che il carcere era brutto e lui non ci voleva tornare. Si era fatto tre anni per un chilo di fumo che gli avevano trovato in casa, e gli sembrava di aver dato abbastanza alla sua fortuna. Aveva sempre vissuto di lavoretti, ma il suo problema era che era brutto assai: teneva, in tutto e per tutto, la faccia di un delinquente, abbellita da una brutta cicatrice sulla guancia, regalo di unonesta giornata di lavoro in nero in un cantiere edile. Campava facendo traslochi, e lunico vizio e insieme lunico lusso che teneva era il fumo. Quella volta, il negro che faceva i traslochi con lui (anche se in realtà il titolare della, diciamo così, impresa era il negro) gliene aveva procurato addirittura un chilo a poco prezzo, e lidea di Botte Giovanni era di fumarselo piano piano e di farselo durare: lidea di spacciarlo non gli era passata manco per la testa, visto che neanche i militari di leva calabresi avrebbero mai comprato niente da uno con la faccia da delinquente lombrosiano come la sua. Avrebbe potuto venderla agli amici, ma a trentadue anni conosceva bene solo suo fratello e Abdul, il negro col quale (per il quale) lavorava. Lo fermarono i carabinieri per un controllo mentre era in bicicletta e lo beccarono con due o tre canne addosso. La cosa degenerò e andò a finire con lui in galera per oltraggio e resistenza e i carabinieri a rovistare in casa sua, dove trovarono il chilo di fumo già tagliato in tanti piccoli pacchettini avvolti nella plastica trasparente; il fatto è che lidea, che a Botte Giovanni allinizio era parsa ottima, di farne tante piccole dosi da razionarsi per evitare di esagerare e fumarsi tutto in una settimana, alle forze dellordine prima e agli inquirenti poi era sembrato in tutto e per tutto quello che in città chiamavano un movimento. Finale della storia, tre anni e sei mesi, e ora Botte Giovanni cercava di guadagnarsi da vivere facendo il supplente degli omini filippini nelle stazioni di servizio. Era appena andato a pisciare dietro la cabina del benzinaio e si avvicinava alla colonnina del self service cercando una sigaretta dal pacchetto ormai vuoto, quando sentì lo sparo. Si buttò subito a terra, e vide il tipo coi baffi e i capelli rossi cadere a terra dietro la lancia blu con la quale laveva visto arrivare mentre pisciava non visto. Si sentì svenire, poi subito gli venne da vomitare. Ma come, lui cercava di si guadambiare una cosa di soldi senza andare a rubare né a vendere la robba e lo carceravano. Usciva con lindulto che gli faceva sparagnare solo sei mesi di gabbio, si metteva in ginocchio davanti al fratello, si metteva a mettere la benzina alla gente di notte per dieci o venti centesimi alla botta, e che cazzo gli andava a succedere? Che gli ammazzavano a uno davanti? E porca puttana stronza no eh? Steso a terra, aspettò un secondo colpo: niente. Allora tese lorecchio per sentire se per caso riusciva a sentire il rumore del mezzo dei killer che si allontanava: ancora niente. Dopo un minuto o due realizzò che forse, quelli che avevano sparato, erano andati via a piedi, visto che non cerano rumori di motori. Difficile che fossero ancora lì, lo sapeva perfino lui che era un povero fesso che dopo che hai sparato a uno è meglio che ti dai immediatamente, senza aspettare che arrivino le guardie a chiederti che cazzo è successo, documenti. Si alzò e diede unocchiata in giro: continuò a non percepire alcun rumore, quindi prese coraggio e si avvicinò a quello che ormai credeva un cadavere. Era a faccia in sù, e perfino nellaria fresca della notte Botte Giovanni sniffò distintamente lodore di merda. Niente sangue, ma quello non voleva dire. Si inginocchiò per vedere meglio, quando improvvisamente il cadavere aprì gli occhi, lo vide e si mise a urlare come a un pazzo: MAMMA DEL CARMINE! MAMMA DEL CARMINE!, e allora Botte Giovanni si alzò di scatto e cadde allindietro, mentre il cadavere, ormai in piedi, continuava a urlare la stessa frase e allo stesso tempo si toccava dappertutto in cerca di una ferita che ormai avrebbe dovuto aver capito non cera mai stata. Aveva in mano le chiavi della macchina e, con quelle, cominciò a minacciarlo: GUARDA CHE TI SPARO EH? TI SPARO EH? Ora, Botte Giovanni era brutto, era sfortunato, ma non era fesso, e di matti in vita sua ne aveva visti abbastanza, e uno che minaccia di spararti con le chiavi di una Lancia secondo lui tanto bene non stava, così fece lunica cosa che uno come Botte Giovanni poteva fare, in quella e in quasi tutte le circostanze della sua vita: si alzò e cominciò a correre più veloce che poteva. Scomparì nei campi dietro la stazione di benzina in pochi secondi. Vegni, palesemente sconvolto, salutò la fuga di quello che credeva fosse il suo attentatore con un ghigno che faceva impressione. Ancora sotto shock, risalì in macchina col sedere che fece sciaf per la merda sul sedile, mise in moto e, scordandosi di fare benzina, si avviò verso casa.
Esattamente un minuto dopo, un giovane col motorino, capitato lì per fare benzina, raccolse da terra il borsello del dottor Vegni. Dentro cerano vari documenti e quasi cinquecento euri in contanti. Totonno, che ormai stava cominciando seriamente a credere nella sua fortuna, mise il borsello nel bauletto e se andò.
5. Il sorriso di Patrizia era sul serio una cosa speciale, e Lucio se ne beccò una razione da cavallo, quando la raggiunse al bar del Fritz. Che bello che sei venuto, Lucio!, fece lei, e lo abbracciò e lo baciò con affetto, come se lo conoscesse da sempre. Eh, figurati se non venivo, rispose lui col tono di voce più sicuro che gli riuscì di scovare in petto, ma con gli occhi bassi che lo tradivano, perché se una cosa era sicura era che lui si tradiva sempre. No guarda, veramente mi fa piacere. Ci beviamo una cosa? Dai che offro io Non ci pensare proprio, guarda, Patrizia, offro io Ma no dai che tengo un sacco di buoni drink, non ti preoccupare, sul serio guarda Ma se ti ho detto che ci tengo, Patri, fammi fare iamm Sei veramente un signore. Aspetta che ti presento gli amici. Ragazzi, questo è Lucio, Lucio, i ragazzi. Venne fuori che i ragazzi erano cinque maschi delletà di Lucio, che cominciarono subito a guardarlo in cagnesco. Dopo che ebbero ordinato da bere e scoperto che al Fritz, nel rum e coca riuscivano ad annacquare, oltre il rum, pure la coca, la situazione si chiarì ai loro occhi in tutta la sua tragicità. Era evidente che ognuno di loro aveva pensato la stessa cosa, cioè di essere il solo invitato personalmente da Patrizia, come era altresì scontato che nessuno di loro era un vero amico della socievole commessa. Erano soltanto sei raccolti per caso e invitati in discoteca a sentire un diggei che non avevano mai sentito nominare e a fare gruppo. Patrizia disse: Allora ragazzi, voi fate amicizia che io torno subito, eh?, e sparì nel nulla. Si sedettero tutti e sei in uno dei salottini vicino al bar e, consci della situazione, non provarono neanche ad accennare a una conversazione. Si limitavano a guardarsi: i più fessi con reciproci sguardi di sfida, come cani che non hanno ancora capito che losso se lo è fregato il dobermann del vicino; i più scafati (vale a dire i più massacrati dalla vita) avevano già capito di cosa, esattamente, erano stati vittime stavolta, vale a dire, di una quasi pr. Allinizio, cerano solo le PR, le ragazze che facevano pubbliche relazioni; a dire la verità, a differenza del resto dItalia, dove fare pubbliche relazioni significava essere cortesi con la gente, se non almeno fingere di fare amicizia, in città, se volevi essere una PR, dovevi essere dotata di una scorta di scostumatezza e alterigia incredibile. In effetti, il loro lavoro sembrava basarsi sulla psicologia inversa fatta male, tipo quella che si usa coi bambini: ah non lo vuoi mangiare il pesce? E non te lo mangiare, e il bambino capisce, si alza e se ne va, e a te non resta che menarlo. Le PR, invece, entravano nei locali vestite come delle zoccole, scosciatissime e truccatissime, e venivano immediatamente circondate da branchi di maschi arrapati e cominciavano a trattarli malissimo, finché non mollavano i famosi inviti, che poi inviti non erano, perché lingresso era gratis solo se entravi alle nove, e alle nove entravano solo i militari e quelli che venivano dalle montagne, e poi alle nove le discoteche erano chiuse. Lunica cosa che si capiva sugli inviti era il nome e lindirizzo della discoteca, uninfoline dove se chiamavi ti mandavano a fanculo senza manco farti aprir bocca, la scritta LE FEMMINE ENTRANO GRATIS (vabbe, il senso era comunque quello), e il nome della PR che te laveva mollato scritto a penna. Tu lo consegnavi alla cassa, e lei tre mesi dopo prendeva una miseria di percentuale su quello che il locale era riuscito a mangiarti via. Ci misero un paio danni, poi finalmente le PR scostumate si accorsero che il gioco non valeva la candela. Era ovvio che nessuna di loro aveva intenzione di camparci, col lavoro (in realtà, nessuna donna in città, PR o no, aveva intenzione di lavorare: stavano tutte in attesa di trovare qualcuno e zompargli sullo stato di famiglia con un cartellino attaccato con la scritta A CARICO), però qualcuna di loro cominciò a farsi due calcoli: dato che comunque finivano sempre mbriache o drogate, e a fine serata, comè come non è, sempre almeno un pompino al diggei lavevano fatto, o si erano fatte scopare dal gestore o da uno dei buttafuori, tanto valeva farsi pagare. Così, con ununità di intenti e di strategie che non ebbe mai leguale in nessun movimento politico o sindacale, le PR scostumate, da un giorno allaltro, dalla sera alla mattina, si misero tutte a fare marchette. E poiché la ciuccieria viaggia spesso taralla taralla con la presuntuosaggine, cominciarono questa simpatica attività stabilendo tariffe impossibili anche per lepoca, che era pre-euri. Partirono quasi tutte da due o tre milioni per notte e con lidea di scegliersi i clienti, senza scendere al di sotto dello standard Clooney-Pitt, e dopo due settimane ti facevano un bucchino per trentamila lire, e per cinquanta le inchiodavi con la faccia sulla porta del cesso della discoteca, perché spesso la legge del mercato va anche in culo agli stronzi, oltre che alla povera gente. Colla transumanza delle PR scostumate verso il meretricio, i locali si diedero ai PR maschi. Quasi tutti ricchioni, chi più chi meno consapevole, erano tutti uguali, tutti vestiti firmati, tutti balestrati, tutti abbronzati. Però, essendo maschi, almeno erano educatissimi, e per attirare lattenzione del popolo della notte (come lo chiamava il giornale di Anna, su brillante intuizione del quasi dottor Delli Colli, che quando cera da scopiazzare in ritardo qualcosa di stupido non era mai secondo a nessuno), puntavano sulla tattica del cicerone, con frasi tipo ragazzi guardate che gira dellMDMA buonissimo in questi giorni io me lo sono calato martedì e sto ancora ballando hahahhahaah. Già questa strategia dava ottimi frutti, poi i PR maschi si inventarono le quasi PR. Era luovo di Colombo, ma funzionava egregiamente. Si trattava di contattare una ventina di ragazze, generalmente commesse, per via della gran quantità di gente con la quale venivano in contatto, che fossero naturalmente socievoli. In effetti, Patrizia era una quasi PR, e di questo erano stati vittime quella sera Lucio e gli altri. In perfetta buona fede, Patrizia e le altre invitavano alle serate praticamente tutti quelli che incontravano e i maschi, essendo abituati ai maltrattamenti delle vecchie PR, ci cascavano come pollastri. Sembrava niente, ma una decina di quasi PR riuscivano a incastrare anche più di cento baluba a serata. Lucio non ebbe chiaro il quadro della situazione, ma un animale sa sempre quando i predatori glielhanno buttato al culo, e sentì la cosa a pelle. Si alzò senza dire una parola ai compagni di sventura e andò a cercare Patrizia. Notò che al bar cera ancora il tipo che aveva intravisto prima, e lo riconobbe: era Gioggiò il cocainomane (Gioggiò sarebbe rimasto sorpreso di sapere quanta gente conosceva i cazzi suoi). Pensò di andare a salutarlo, ma cambiò subito idea. Innanzitutto non è che si conoscerlo proprio: buongiorno e buonasera, come si fa tra componenti di tribù vicine ma diverse, e poi sembrava impegnatissimo in una discussione con un tipo che perfino Lucio giudicò polacco o rumeno o russo, insomma uno dellest; solo quella gente portava ancora i capelli come a Limahl dei Kajagoogoo e le giacche con le spalline imbottite. Vide anche Patrizia, nei pressi del bar: stava litigando con uno e piangeva, portandosi le mani al volto per coprirselo. Lucio cercò di attraversare la folla per andare in soccorso della commessa, quando, improvvisamente, scoppiò linferno. Come si capì solo più tardi, la cosa era successa per via di una cubista. Uno dei napulilli le aveva toccato il culo, e lei lo aveva chiamato pezzo di merda e aveva detto adesso chiamo il mio ragazzo. Solo che il suo ragazzo era un tal Guido (in verità Guido Maria, porello), figlio di un farmacista del centro, ed era lì con la sua comitiva di figli dei notabili del luogo per mostrare la sua nuova conquista (che era un po come dire guardate, adesso mi siedo su questa panchina della piazza principale, e che mimporta se è lì da trentanni e ci si sono seduti tutti, in città). Quando i napulilli si accorsero con chi avevano a che fare, invece di abbassare la cresta, cominciarono a sfottere la cubista e a dirle se gli faceva un bucchino, mentre Guido Maria e i suoi amici si giocavano, terrorizzati, la carta dei facciamo i superiori non ci mettiamo al loro livello. Solo che la cubista non aveva nessuna intenzione di fare la superiore, anche in quanto geneticamente inferiore per definizione, e rispose che i bucchini, semmai, i napulilli se li potevano far fare dalle loro rispettive mamme, che parevano essere famose per lattività in questione. Spuntò un coltello, e immediatamente, come del nulla, spuntò velocissimo nonostante la stazza, Michelone, che cominciò a menare pugni e schiaffoni a tutte e due le fazioni in lotta, e quelli che non riusciva a colpire con le mani li spingeva con la panza. In un minuto non si capì più un cazzo, tutti scappavano di qua e di là, e in due entrambe le comitive di litiganti vennero cacciate fuori, e si ritrovarono sul piazzale davanti al Fritz, prive della mediazione di Michelone, che aveva raggiunto Gioggiò al bar. I due gruppi si guardarono in cagnesco per un po, poi Guido Maria si accorse che la sua fidanzata era rimasta dentro. Rimase indeciso sul da farsi per quasi trenta secondi, poi optò per la fuga, baldanzosamente coadiuvato dai suoi amici, inseguiti dal coro dei napulilli: ricchioni ricchioni, ricchioni di mer-da. Fu allora che Ivan, il figlio del notaio Massetti, commise lo sbaglio, forte del fatto che aveva la mano già sulla maniglia della macchina, a distanza di sicurezza dai napulilli: gli urlò, con quanto fiato aveva in gola : RICCHIONI SARETE VOI, PEZZENTI!!!!!!!! Ci fu un attimo di silenzio, poi solo un suono: BLAM! Il colpo di pistola non colpì nessuno sul piazzale, ma, come abbiamo visto, segnò un momento importante per due persone nella vicinissima area di servizio. Bastarono pochi secondi perché il piazzale si svuotasse e le due fazioni scappassero come lepri, luna per paura delle forze dellordine, laltra dei genitori. In realtà nessuno degli appartenenti ai vari corpi si presentò mai al Fritz quella sera, sia perché nessuno ebbe la premura di avvertirli, sia perché le macchine erano poche, la benzina per le suddette ancora scarsa, e soprattutto per una retata di senegalesi ordinata proprio quella sera da unautorità su pressioni che venivano proprio dal notaio Massetti che, stufo dello spettacolo indecoroso dei negri che vendevano i cd sotto il palazzo del quale occupava attico e superattico, prima aveva scritto al giornale una vibrante protesta, poi aveva deciso di far valere il proprio peso specifico nel Rotary e nei Lions, ottenendo una retata. Quella sera nessuno controllò chi e perché aveva estratto unarma e fatto fuoco davanti al Fritz; in compenso tre giovani di venti, ventuno e ventitrè anni vennero tratti in arresto, condannati a euro duemila di multa e, poiché privi di regolare permesso di soggiorno, associati alla locale casa circondariale affinché venissero avviate le pratiche per lestradizione (il giornale di Anna e Delli Colli titolò, il giorno dopo: Scatta il raid, panico nella city). Quando Lucio, che era stato spinto fuori nel casino generale, raggiunse il motorino, non cera più nessuno, nel piazzale. Si accorse che qualche stronzo gli aveva tagliato il sellino con un coltello. Fu lì lì per incazzarsi, poi lo prese una stanchezza improvvisa che non seppe spiegarsi, e decise che sarebbe bastato dello scotch nero, di quelli professionali, per rappezzare il danno. Mise in moto e se ne andò, correndo parallelo ai cespugli dove, infrattato, aveva deciso di passare la notte Botte Giovanni.
6. La botta di culo che aveva avuto, pensava Totonno, lo ripagava soltanto in parte per lorrenda serata che gli aveva fatto passare Anna. Certo, trovare un borsello al giorno lo avrebbe reso ricco in poco tempo, soprattutto considerando che quello che lui considerava ricchezza era, tutto sommato, una cosa abbastanza a portata di mano: altrui, naturalmente. Tra la rapina (chiamiamola così) in tabaccheria e il borsello aveva già raccolto più della cifra che era riuscito a guadagnare nei due anni precedenti. Eppure il retrogusto che gli lasciava Anna riusciva a rovinare tutto. Col vento della notte in faccia, pensò che poi, tutto sommato, la ragazza non era malaccio, paragonata a quello che si trovava in giro, e poi era decisamente impazzita damore per lui. Certo, questo era quello che dicevano tutte, come no. Aveva passato ladolescenza a dire ti amo a ragazze che, al massimo, gli rispondevano ah bravo, oppure io ci tengo per te, che era un paio di gradini sotto lamore, e a soffrire per il sentimento non ricambiato. Poi, dopo un paio di inculate maestose, quando, per una volta, aveva deciso di dare ragione al quel vecchio gagà dellavvocato Agnelli che diceva che lamore è roba per cameriere, le cose erano cambiate, di colpo. Succedeva spesso, in città. Le mode attecchivano su tutti, di colpo, senza lasciare scampo. Se ne ricordava due o tre, da giovane: le scarpe mecap (dette simpaticamente mecàpp), che ti facevano puzzare i piedi peggio delle superga, lespressione jellacc, che manco si ricordava più cosa cazzo volesse dire, e gli occhiali persol marroni. In quegli anni, appunto, nessuna ragazza chiavava mai con nessuno, per quanto ne sapeva lui, e certo non chiavavano con lui, e nemmeno ti dicevano che ti amavano, e più che certo che certo che nessuna laveva detto a lui. Cera una sorta di connessione tra la verginità orale (nel senso delle parole) e quella fisica; non ti concedevano la fessa e nemmeno lillusione di amarti, neanche per farti contento. Poi, alè, da un giorno allaltro, cera stato un allargar di cosce, un florilegio di bucchini, un fuoco dartificio dingoi che levati, e nessuno ci capiva più niente. E col sesso, come un arcobaleno macchiato di sburro, era arrivato lui: lamore. Non cera neanche bisogno di chiavartela a una, che già era innamorata di te, voleva conoscere i tuoi e dei figli da te. Ci aveva pensato per anni, e forse era riuscito a capire il perché, dopo anni di serate di raggiunamenti notturni al bar con gli amici (solo i chiavanti, però, che gente come Alfredino o nazzista, se si azzardava a entrare in discussione veniva percossa con le bottiglie di birra). Aveva concluso che era un semplice caso di allascamento, come si diceva in città. Allascare voleva dire più o meno allargare, ma al bar lo intendevano nel senso più largo di lasciarsi andare, trascurarsi fino alle estreme conseguenze. Era successo, per esempio, alluniversità: i sessantottini prima e i settantasettini dopo avevano occupato tutti i posti disponibili e si erano allascati. In lettere, per esempio, se ci sapevi fare, potevi laurearti con una decina di esami veri, di quelli coi libri e i programmi e unaltra decina di stronzate tipo dispense sul teatro sperimentale o sulla pittura postprandiale o sulla fessa delle mamme loro. Lultima fase, quella terminale, dellallascamento universitario era stata listituzione di cose tipo la laurea in scienza della comunicazione, glottologia del tronista televisivo e ste cose qua; quella era stata la ciliegina sulla merda. Ah, e, chissà perché, la quasi totalità degli iscritti a queste nuove, bizzarre e inutili facoltà erano femmine. Lallascamento dei costumi sessuali delle donne cittadine, invece, era più curioso: mentre alluniversità si respirava unaria gioiosa da venite che tanto qui non si fa più un cazzo alè alè, nella psiche femminile evidentemente la riscoperta dellamore doveva essere la coperta che copriva il puttanesimo senza motivo che aveva sostituito i precedenti costumi vittoriani. Così, pensava Totonno, latteggiamento di Anna era decisamente allascato: non in senso sessuale, quello era anzi sano e normale, ma quando parlava di sentimenti e sinventava intimità fasulle suonava falsa, anzi fessa in tutti i sensi della parola. Lei lo aveva invitato a casa sua, per festeggiare la loro neonata relazione e per approfittare del fatto che i genitori erano andati in chissà quale paese a trovare chissà quale zio, e già lì la conversazione aveva assunto il tono surreale che Totonno detestava con tutto il cuore. Aveva citofonato, e lei gli aveva fatto: Saliiiii, senza dirgli a che piano. Allora aveva ricitofonato, ma lei non aveva risposto. Bestemmiando, era salito a piedi, cercando su ogni porta il cognome di Anna. Lo trovò su una targhetta di ottone al terzo su quattro piani, e ribestemmiò per non aver semplicemente usato lascensore per arrivare allultimo piano e poi scendere a cercare: riribestemmiando, pensò sogghignando col fiatone che mai cera stato un caso tanto lampante di esprit de l'escalier. La porta di lei era aperta. Suonò alla porta, e la voce di lei gli rispose, bovina: Entra amore, sono in soggiorno!. Stavolta fu davvero tentato di andarsene senza una parola. Ma come, prima supponeva, chissà perché, che lui fosse nato con linformazione su che piano abitava lei, poi aveva supposto che il mondo intero, tra cui Totonno, fosse a conoscenza dellubicazione del soggiorno di casa. Questo per non parlare del fatto che già lo chiamava amore, come in una vecchia canzone di Peppino Di Capri. Aveva chiuso la porta dietro di sé che già la gastrite gli stava mangiando lo stomaco e gli faceva venire un alito fognato che gli faceva schifo in bocca perfino a lui. Lei gli era corsa incontro in ciabatte (altro particolare che per poco non lo fece vomitare) e gli aveva gettato le braccia al collo scendendogli due metri di lingua in bocca. Amoooore, che bello che sei venuto!, cinguettò. Ehhh, te lo avevo detto, no? Ah guarda, che bello che non ci stanno i miei che sono andati a trovare zia Concettina al paese, te lo avevo detto no? Quella che sta poco bene e che tiene i figli lontani che uno sta a Genova che fa linfermiere in quellospedale famoso, quello dove curano i bambini che cè andato pure il figlio di una mia collega al giornale e lui è stato tanto gentile, lha raccomandata col primario e tutto, e quellaltro che sta in Germania e non si è mai capito bene perché se ne è dovuto andare dallItalia in fretta e furia? Mentre Anna parlava, Totonno trovò il modo di giurarsi che non aveva mai sentito parlare di una zia Concettina, di non avere idea di dove si trovasse il paesello di origine e residenza della suddetta, e di non essere mai stato informato dellesistenza dei suoi due figli emigranti e perciò impossibilitati ad assisterla. Non era colpa di Anna, decise: in primo luogo non era tanto intelligente, poveraccia; poi, si inventava quella storia damore perché aveva paura di passare per una che la dava via troppo in fretta (senza capire che così facendo ipotecava seriamente la possibilità che un qualsiasi rapporto potesse diventare più profondo); e infine, più semplicemente, lo confondeva con qualcun altro. Non pote esimersi dal tour della casa, che pur essendo fresca di costruzione, quasi ai confini con un piccolo comune limitrofo, già puzzava di vecchio, nonostante il marmo da quattro soldi a terra, le porte in qualche legno dal nome altisonante e le pareti fresche di pittura. E, finalmente, la stanzetta di Anna. Gli bastò un solo particolare: i libri della scuola media lì a far mucchio con gli altri, per disgustarlo, poi vide un dorso che non sintonava ai sussidiari e prese in mano il libro: Ugo Cornia?, le chiese, incredulo, tu leggi i libri di Cornia? Oggesù, ma perché mi domandate tutti la stessa cosa?, rispose lei, non rendendosi conto di aver ripetuto il finale di una vecchia barzelletta, me lhanno regalato, ma io non lho letto, che questo scrive strano!. Poi, ricordandosi di essere comunque una giornalista o quasi, e quindi una donna di lettere: Scioé, volevo dire che io preferisco la saggistica. Sai, il lavoro, il giornale Ah, certo, il giornale. Il giornale, come no, il giornale, disse Totonno cercando di non far trapelare lironia, che trapelò comunque ma lei non se ne accorse. Passò poi a esaminare i cd, per scoprire quello che sapeva già benissimo, e cioè che gli unici dischi buoni glie li aveva masterizzati qualcuno (ex fidanzati, pretendenti, nubiani, cicisbei assortiti), e che quelli originali erano o di musica classica (allegato prestigioso del giornale di Anna, fregati in magazzino con la complicità del custode rattuso), oppure di Gigi DAlessio e Baglioni e gente del genere. Fu a quel punto che lei gli saltò addosso e cominciò a spogliarlo. Con stupore, lui si accorse che, nonostante quel retrogusto strano, gli veniva duro, e ne approfittò. Durò mezzora, e Totonno pensò che, in effetti, la cosa non era stata tanto male, anzi si lasciò coccolare e accarezzare e baciare per un altro po, e se la godette pure, che qualche volta questi vuommechi ci volevano, come no. Alla fine si rivestì, disse che aveva fame e lei gli preparò qualcosa da mangiare. Lui la ringraziò mentalmente per averlo fatto scalza e non con quelle ciavatte mostruose con le quali lo aveva accolto in casa. Però, siccome non te ne devi mai vedere bene di niente, lei andò di là e tornò con un libro enorme, e lui per un attimo tremò, temendo che volesse fargli vedere le sue foto da piccola o le foto del matrimonio/laurea/comunione di qualche cugino. In realtà, la osa era ben peggiore: si trattava della raccolta completa degli articoli di Anna, una mostruosa opera omnia. La sfogliò per qualche secondo, e simmerse in unorgia di puntini sospensivi, parole inglesi scritte sbagliate, refusi sciattissimi e grammatica improvvisata; a questo punto aveva solo due opzioni. La prima era dirle la verità, e francamente non se la sentiva, non era uomo di merda fino a quel punto. Scelse la seconda: Scusa Anna mi sento poco bene, posso andare in bagno? Ommadonna checcia? Checciaiii?, rispose lei, tanto preoccupata da fargi pensare di avere, tutto sommato, sbagliato pozione. Non tengo niente Anna, statti tranquilla devo solo andare un momento in bagno, scusa eh? Ci restò tappato per almeno dieci minuti; si rivestì, si lavò la faccia, si guardò allo specchio senza che gli venisse un solo pensiero in mente, poi sentì la voce di lei, vicina: troppo vicina. Amore? Ue Anna, tutto bene stai tranquilla. Era rimasta dietro la porta. Lui se la immaginò accucciolata come Smithers con il signor Burns. Sicuro stai bene?, incalzò lei. Si sì ttappost, Anna, sto bene Sicuro che stai bene amore? Sto benissimo, aspetta che mo esco eh? Ma stai bene, sì? Sissignore, sto bene! Sicurosicurosicuro? Anna: SI-CU-RO! Sicuro, amore? Stai bene amore? STO BE-NE. STO BE-NE, urlò lui, e non si rendeva conto se leccessiva preoccupazione di Anna fosse un segno di amore , per così dire, canino (e si scoprì ad ammettere che la cosa, in un certo modo, gli avrebbe anche fatto piacere), o pura e semplice cretinaggine. Uscì dal bagno e dovette affrontare un altro imbarazzante fuoco di fila di domande e una serie di sguardi tesi ad accertare la veridicità delle sue risposte. Accampò la scusa di una vecchia sinusite, portatrice di feroci quanto improvvisi mal di testa, e cercò di scappare da quella casa. Gli toccò una serie di cinque o seicento baci, di promesse di amore eterno e perfino una palpata di culo, manco fosse Raz Degan o Costantino. Riuscì a scappare promettendole che lavrebbe chiamata appena tornato a casa, per tranquillizzarla. Sì, li aveva i soldi per la benzina: Sì, lo sapeva che cera un distributore aperto tutta la notte, e sì, sapeva anche che era vicino al Fritz. Sapeva tutto, e lavrebbe chiamata da lì a poco, anzi a pochissimo. Scese le scale ansimando. Era arrivato al primo piano quando il telefonino squillò due volte: sms. Il primo diceva: T amo come nn ho mai amat nssn. Totonno sospirò. Il secondo, invece: Amore facciamo un bambino???????????????!!!!!!!!!!?????? Restò per un secondo a bocca aperta, e la mascella gli cadde come ai personaggi dei Looney Toones. Questa è scema, pensò, poi riflettè che forse la cosa che gli dava più fastidio era quellinutile sfilza di punti interrogativi ed esclamativi. Ma come, scrivi T invece di ti, nssn invece di nessuno , addirittura amat al posto di amato, e poi perdi lira di dio del tempo a infilare punti di domanda e di esclamazione a valanga? Ma che cazzo di modo è, si chiese, ma perché cazzo devi scrivere così. Se scrivi così per forza che scrivi solo stronzate, scritto in questo modo pareva una cazzata perfino lincipit di Moby Dick, e che gesùddio. Poi si accorse che lei gli aveva chiesto di fare un bambino. Lei e lui. Un bambino. Oggesùgiuseppeemmaria, sospirò avvilito, e mentalmente ringraziò ancora una volta chi aveva inventato il parapesce.
A proposito di STATTI ATTENTO DA ME. 1) Il quinto capitolo era quasi pronto, sennonnché e santanché il word ha deciso in maniera diversa, e si è bloccato un attimo prima che salvassi, facendo in modo che mi ricordassi la santa pasqua. 2) Non mi sono ancora cacato il cazzo. 3) Anzi. 4) Però non è mica facile andare avanti a fare una cosa che butterai nel cesso, che ti impegna un sacco di tempo e che ha le stesse probabilità di successo di un mio eventuale corteggiamento di Kate Moss. 4) Chi me lo fa fare, se permettete, saranno cazzi miei. 5) In attesa del fattapposta, il titolo del quinto capitolo ve lo regalo: L'inutilità dell'intrecciarsi degli eventi.